Via, via

Ogni volta che vedi un taglietto, una crosticina, una bolla o anche solo un neo sul mio corpo, la guardi da vicino, la indichi e fai “oh, nooo!”. E se non ti sto ascoltando mi prendi il viso fra le mani, cerchi di girarlo verso di te e dici “babà, babà” senza smettere finché non torno in me e ti do retta. Allora torni a indicare quel taglietto, quella crosticina e mi dici “babà, bua!”.

Io ti rassicuro: è solo un neo, ti rispondo, anche tu ce li hai, oppure sì, è una piccola bua ma non succede niente, fra poco se ne andrà. A te però non sta bene, ti agiti, ripeti i tuoi “no, no” muovendo il braccio davanti a quella bua e dicendo “via, via!”, come a volerla scacciare.

Ci vuole sempre un po’ per calmarti, e sempre un po’ di più per calmare me, quando penso che fra poco quella bua andrà via, ma prima o poi ne verrà un’altra, più grande, più spaventosa e meno battibile, una bua che non andrà “via, via” nel giro di pochi giorni, e io dovrò imparare una nuova vita, come ho fatto quando sei nato tu. Dovrò imparare a crescerti cosciente che il mio tempo con te avrà una data di scadenza, e che oltre quella data, e forse anche un po’ prima, non sarò più in grado di raccontarti la storia della palla più grande del mondo, di papà bambino che fa bumba e si fa fare il massaggio da nonna, del bambino troppo ciccio che amava il latte e non passava più nelle porte di casa.

Un giorno arriverà una bua che non andrà via e posso solo sperare che quel giorno non arrivi troppo presto. Quel giorno ripenserò a tutte quelle sigarette, quel tempo passato sul divano anziché a fare attività fisica e a tutti gli altri errori che avranno accorciato il mio tempo con te: mi pentirò, ma sarà troppo tardi. Mio papà quella bua ce l’ha avuta che avevo ventitré anni, quando, un po’ per l’età e un po’ perché ero stronzo io, non avevo molta voglia di ascoltarlo; e ora che le mie orecchie sono quelle di un adulto avrei voglia di ascoltare di nuovo le sue storie, capire se sono simili o diverse da quelle che racconto a te, anche se ormai non ricordo più neanche di cosa parlassero, non ricordo se c’erano bimbi troppo cicci, palle troppo grandi o genitori bambini che facevano bumba, ricordo solo che con me hanno funzionato di brutto e ne avrei volute di più.

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