Carrefour.

Mentre vago per il supermercato alla ricerca di quella specifica marca di riso integrale mi accorgo che forse non voglio davvero trovarla: inconsciamente mi tengo ben lontano dagli scaffali in cui è più probabile che ci sia quello che sto cercando. Non importa, questo è uno dei pochi momenti che posso avere per me. Uno dei pochi momenti di silenzio, di calma, di riflessione. Situazioni come questa, una volta, le cercavo in cima a una montagna in Argentina, in un’isolata stazione dei treni negli Urali o su un’amaca lungo il Mekong in Laos. Ingenuo, naïf, snob, stupido. Avessi saputo che quell’angolo di pace e silenzio che ho cercato invano per mezzo mondo alla fine era proprio qui, nel reparto surgelati del Carrefour di largo Somalia, avrei risparmiato un sacco di soldi.

Quando il giorno si avvicina ti prepari. Leggi libri, ascolti esperienze, guardi gli altri e ti riprometti di non ripetere gli stessi errori: non gli mentirò mai, sarò giusto e coerente, fermo e intransigente quando serve, lo lascerò libero, non gli trasmetterò il bene che gli voglio tramite i beni materiali. Poi quel giorno arriva e va subito tutto all’aria, realizzi che quei piani non ti serviranno a niente, perché un uragano non si affronta con i manuali, un terremoto non si sconfigge con gli schemi, una bomba nucleare non si domina con i buoni propositi. Serve qualcosa di più. Bisogna improvvisare, adattarsi, fare delle scelte e sbagliare, sbagliare di continuo, sbagliare fino alla nausea, fino a sentirsi stupido, inadatto, incapace, un coglione, una nullità: non sei mai stato così umano. Il momento in cui diventi grande, in cui devi raccogliere le tue esperienze e tentare di insegnare a qualcuno come si fa a stare al mondo, per il poco che ne sai e fingendo che sia davvero possibile, è anche quello in cui ti guardi allo specchio e vedi la versione peggiore di te stesso.

In quell’attimo, quei decimi di secondo in cui lo vedi per la prima volta, appena uscito dalla pancia, con il colorito grigio, i capelli impiastricciati, le mani grinzose e le pupille nere che riempiono quasi tutta l’iride, lo vedi e pensi ok, se in questo preciso istante arrivasse qualcuno con una pistola in mano e ti dicesse scegli, o tu o lui, tu non avresti il minimo dubbio, gli risponderesti ma che domande, prendi me, prendi me Cristo di un Dio, ammazzami, torturami, squartami, ma per carità scordati di lui. E lui, se ci pensi, a conti fatti è un’altra persona, un estraneo in un certo senso, uscito da un corpo che non è neanche il tuo. Lo conosci da tre secondi, esiste da tre secondi e sei già pronto a lasciargli tutto. Sembra inspiegabile se pensiamo a quanto siamo tutti così penosamente, schifosamente ossessionati da noi stessi, convinti di essere al centro assoluto di un mondo che non sarebbe lo stesso senza di noi. E invece toh, a venticinque, trentacinque, quarantacinque anni scopri che sorpresa, non conti nulla, il mondo andrà avanti benissimo anche senza di te, anzi forse anche meglio, e l’unica cosa che conta, dopo questa radicale e implacabile rivoluzione, non sei più tu ma un altro individuo. Un individuo chiassoso, impegnativo, a tratti irritante, che ti sottrae affetto, tempo, sonno, pazienza e salute, un individuo che ti dà dipendenza, che ti fa provare la sensazione d’amore più pura, atomica, assoluta e inscalfibile dell’universo, un individuo che ti dà un buon motivo per stare al mondo proprio quando cominciavi a pensare che non ne esistesse alcuno, e che a conti fatti fosse tutta una truffa, una mezza inculata.

Spazio e tempo tornano al proprio posto trascinandoti in una tempesta, un percorso scosceso e inesorabile, un flipper di giornate tutte uguali, pappa, bagnetto, latte, palla, nanna, ma con un cambiamento impercettibile, un piccolo beat ogni giorno, e uno dopo l’altro questi minuscoli passi avanti porteranno a una lettera, poi a una sillaba, poi una parola, finché lui non sarà finalmente in grado di articolare un concetto, pur nel suo modo goffo e grossolano, e un giorno, all’improvviso, ti sbatterà davanti agli occhi il risultato di quel cambiamento così lento e graduale, quando, dopo essersi svegliato dal pisolino pomeridiano, ti guarderà sorridente, e la mamma carezzandolo gli chiederà, hai fatto bei sogni Pietro?, e lui farà sì con la testa, e mamma gli chiederà, che hai sognato Pietro?, e lui continuerà a guardarti con quegli occhi brillanti, giovani e vergini, quegli occhi che ancora non sanno cos’è un fallimento, cos’è lo sconforto, cos’è un cancro, cos’è un suicidio, ti guarderà e dirà: papà.

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