Il mancato rinnovo di De Rossi è un disastro sotto tutti i punti di vista

Se non vivete su Marte (ma forse anche se ci vivete) è probabile che nel corso degli ultimi due giorni abbiate appreso del mancato rinnovo del contratto di Daniele De Rossi da parte dell’AS Roma. La notizia, giunta come un fulmine a ciel sereno (per quanto si possa definire “sereno” il cielo dell’AS Roma), ha ulteriormente innervosito un ambiente già di per sé vicino alla massa critica, complici le numerose – e dolorose – cessioni operate dalla società negli ultimi anni, che hanno allontanato sempre più la tifoseria dal presidente James Pallotta.

Se però alcuni dei movimenti in uscita delle ultime stagioni, pur discutibili, potevano quantomeno avere un senso sotto l’aspetto tecnico (Nainggolan), tattico (Strootman) o economico (Alisson), la decisione di non rinnovare il contratto a De Rossi sembra non avere alcuna giustificazione, anzi: ha tutti i crismi del disastro totale sotto ogni punto di vista.

UN DISASTRO EMOTIVO

Si tratta dell’aspetto più evidente e dibattuto. Daniele De Rossi non è solo un calciatore della Roma: è il capitano della squadra, il leader carismatico, e soprattutto è un tifoso, forse l’unico rimasto in rosa dopo il ritiro di Totti. De Rossi è uno dei pochissimi giocatori al mondo ad aver sacrificato il palmarès per indossare la maglia della squadra che ama, una squadra a conti fatti di livello non più che medio-alto.

Questo aspetto è particolarmente critico se si considera che, dopo la cessione di alcuni altri giocatori – magari non altrettanto irrinunciabili dal punto di vista tecnico/tattico ma fondamentali per lo spogliatoio, come Strootman e Nainggolan – la Roma è sempre più povera di uomini in grado di fare da collante e motivare i compagni. E chi ha un disperato bisogno di personalità carismatiche più dell’AS Roma, una squadra che ha fatto dello psicodramma sportivo il proprio marchio di fabbrica, nonché un topos calcistico a uso e consumo del dileggio da parte degli avversari (i numerosi e sempre più grotteschi 7-1 subiti ne sono evidente dimostrazione)?

A Lobont è stato rinnovato il contratto fino ai 40 anni passati, si dice, proprio in virtù delle sue qualità di uomo-spogliatoio; perché non usare la stessa logica con De Rossi? Forse per il suo stipendio più ingente (ne dubito: ci torneremo dopo)?

UN DISASTRO TATTICO ED ECONOMICO

Ok, Daniele De Rossi non è più nel fiore degli anni, calcisticamente parlando; ma stiamo comunque parlando di un giocatore in grado di assicurare 15-20 partite l’anno ad altissimo livello (in questa stagione è stato uno dei pochi a salvarsi nel periodo buio dell’ultimo Di Francesco). Per sostituire un calciatore del genere, la Roma – non certo una squadra avvezza a spese folli – deve spendere almeno 30 milioni di euro, ammesso e non concesso che li spenda bene (did anyone say N’Zonzi or Schick?). Il suo mancato rinnovo rende quindi necessario un dispendioso movimento in uscita senza alcuna corrispondente entrata che garantisca una parte dei fondi necessari a rimpiazzarlo (visto che si tratta di uno svincolo e non una cessione), con il carico da novanta di una sempre più probabile mancata qualificazione alla prossima Champions League.

Dal punto di vista economico, che beneficio trae la Roma dal rinunciare a De Rossi? Forse l’abbassamento del monte ingaggi? È possibile che un ragionamento del genere sia stato fatto dalla dirigenza, visto che uno degli obiettivi della squadra nell’ultima sessione estiva di mercato era proprio quello di ridurre le spese per gli stipendi. Non è un caso, infatti, che i giocatori con l’ingaggio più alto in rosa siano tutti (o quasi tutti) in odor di cessione: Dzeko, Pastore, N’Zonzi, Perotti, Manolas. Ma quanto sarebbe costato, realisticamente, un nuovo contratto a De Rossi? Gli attuali 3 milioni netti? Forse un po’ meno (probabile, visto che fra le sue papabili destinazioni non ci sono certo squadre in grado di garantirgli tutti questi soldi, come il Boca Juniors)?

Possiamo discuterne quanto vogliamo, ma purtroppo non ci è dato saperlo, perché le trattative per un eventuale rinnovo di De Rossi non sono mai neanche iniziate, il che ci porta all’ultimo aspetto del disastro.

UN DISASTRO METODOLOGICO

Mi è stato comunicato ieri, ma ho quasi trentasei anni e non sono scemo. Ho vissuto nel mondo del calcio, l’avevo capito: se nessuno ti chiama per un anno o per dieci mesi per ipotizzare un eventuale contratto la direzione è quella.

Chi fa un lavoro d’ufficio sa bene che il benservito dato a De Rossi richiama un modo di fare molto comune nelle aziende, italiane e non. Quella di dire a un dipendente “a fine contratto te ne vai, non ti rinnoviamo, non servi più” è una responsabilità che ben pochi dirigenti hanno il fegato di prendersi, e quelli della Roma, evidentemente, non sono fra questi. Molto più semplice far passare tutto in cavalleria, senza dire niente, in modo che il dipendente, a un certo punto, capisca da solo.

Negli ultimi anni molti tifosi si sono finalmente rassegnati all’idea che il calcio sia cambiato, e che le società funzionino sempre più come le grandi imprese multinazionali (l’eterno dibattitito sul calcio moderno, ammesso che esista davvero un calcio moderno); e in fondo forse è giusto così, si tratta di aziende che muovono un volume spropositato di denaro, gestite da privati che, com’è logico, vogliono trarre profitto dalle loro attività. Sono ormai lontani i tempi delle spese folli degli anni novanta/primi duemila, quando Tanzi, Cragnotti e Sensi si indebitavano all’inverosimile o spendevano soldi che non avevano per il solo gusto di mettere un trofeo in più in bacheca.

Ma anche dando per buona questa logica, una decisione del genere – quella di rinnovare un contratto non particolarmente gravoso a un dipendente storico – non dovrebbe certo essere presa dal presidente di una società (come sembra essere avvenuto), quanto piuttosto da uno dei manager su cui questi fa affidamento, uno di quelli che lavorano più a stretto contatto con l’ambiente tecnico e lo spogliatoio. Non è giusto che il vertice massimo di un’azienda si esprima su questioni di questo tipo: sarebbe come se Berlusconi decidesse se nella fascia 20:30 – 20:45 debba andare in onda la pubblicità della Parmalat invece che quella del Lidl.

E ORA?

Il 26 maggio (data già di per sé infausta), ai tifosi romanisti aspetta un’altra giornata di lacrime e sangue, con il secondo addio a una bandiera nel giro di due anni. Non è un mistero che Daniele De Rossi abbia dovuto condividere lo scettro di bandiera della squadra con la presenza ingombrante di Francesco Totti, e che Capitan Futuro abbia finalmente avuto l’esclusività della fascia solo quando ormai era già Capitan Presente, se non quasi Capitan Passato.

Ma questi due anni sono bastati ai tifosi per capire finalmente di che tipo di persona parliamo quando parliamo di Daniele De Rossi, uno dei pochi calciatori di cui valga la pena ascoltare un’intervista. Totti era un giocatore talmente forte e talentuoso da sembrare quasi fuori posto in una squadra di secondo livello come la Roma; De Rossi è un mediano, anche lui pieno di talento ma per forza di cose meno appariscente rispetto a un giocatore offensivo come il Pupone. La sua è una storia romantica, piena di alti e bassi, una storia in parte triste perché nei diciott’anni passati in prima squadra non ha neanche potuto godere della gioia di uno scudetto, una storia molto triste per come si è conclusa; una storia, però, che forse rende ancora di più l’idea di cosa voglia dire tifare l’AS Roma.

E a tutti quelli che non sono in grado di capire questa specie di lutto che vivremo fra una decina di giorni, l’unica cosa che si può dire è: che vi siete persi.

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