La bettola.

La prima cosa che faccio ogni volta che vado a Santo Stefano è andare davanti alla Bettola per controllare se è aperta. Lo faccio perché fa orari strani, a volte apre troppo presto, altre troppo tardi, altre volte non apre per niente, a seconda di quanta gente c’è in paese. Ma per me è una tappa obbligata, un pranzo o una cena la faccio sempre lì, come se non potessi andarmene dal paese senza averci mangiato almeno una volta.

La scena si ripete sempre uguale, tutte le volte.

Il giovane figlio del proprietario, che si è fatto carico della gestione della trattoria da quando il padre non ce la fa più, ci accoglie sorridente e ci illustra il menù, anche se ormai lo conosciamo a memoria. Ha studiato cucina all’estero per un breve periodo ed è una cosa che rivendica con orgoglio, come se volesse dimostrare di non appartenere veramente a quel posto, quel paesino di sessanta anime. Ma l’impronta abruzzese c’è sempre e non se ne va neanche a scartavetrarla. Neanche se il tuo nome è Eusebio di Francesco, neanche se il tuo nome è Ennio Flaiano.

Poi, verso la fine della cena, al nostro tavolo si avvicina lui, Domenico, quello che quel ristorante l’ha aperto quando a Santo Stefano non ci veniva ancora nessuno. La Bettola è rimasta sempre uguale, anche se ora quasi tutti gli ospiti parlano tedesco o inglese e indossano le infradito sui calzini, e di quel paese non sanno nulla di nulla.
Anche Domenico è rimasto sempre lo stesso. Ha i baffi bianchi, i pochi capelli sempre spettinati e la pelle rigata dalle rughe. Si avvicina con le mani dietro la schiena e mi guarda in silenzio. Sembra sempre che stia per parlare, per dire qualcosa, ma alla fine non dice mai niente. Ormai però sono abituato, so cosa pensa quando mi vede, e quindi gli rispondo ancora prima che mi faccia la domanda, a voce alta perché è duro d’orecchi.
“Sono Claudio Delicato. Mio padre, Luigi, ha comprato casa qui.”
Ci vuole sempre un po’ perché mi risponda. Annuisce con un’espressione ambigua, come se non sapesse decidere se la memoria lo stia tradendo o se le mie parole gli abbiano davvero risvegliato qualcosa dentro.
“Io conoscevo tuo padre.”
Accenna un sorriso, mi stringe la mano e torna a sedersi al piccolo tavolo vicino alla cucina, e lì si chiude il cerchio. Lì capisco che mi basta, ora posso tornare a casa, fino alla prossima volta, fino al prossimo fine settimana a Santo Stefano, nella casetta che tu mi hai lasciato. Fino alla prossima cena alla Bettola.

Perché con quel breve scambio mi sembra sempre di aver parlato direttamente con te. Come se in qualche modo, poche volte l’anno, il tuo viso facesse capolino nella mia vita per pochi minuti, per controllare se è tutto a posto. Le cose essenziali. Mangi? Dormi? Tratti bene mamma? E la tua ragazza? Mi raccomando.
E quello che vorrei dirti, e che spero tu senta dalle orecchie ormai dure di Domenico, è che di cose essenziali ne sono successe tante da quando sei andato via, perché ormai oggi sono quattordici anni, quattordici dannati, schifosi, lunghissimi anni. Mi sono laureato come tu volevi, per te era importante. Ho trovato un lavoro che mi piace e che mi permette di vivere bene, anche se non sono diventato un commercialista come te, e magari sotto sotto lo desideravi, anche se non hai mai osato dirmelo. Ho lavorato in Africa. Sono diventato giornalista. Ho pubblicato due romanzi. Ho trovato una ragazza che mi fa stare bene, che mi dà amore, equilibrio e fiducia, che è diventata la mia casa, e che sono sicuro ti piacerebbe tantissimo, che se potessi gli faresti quelle tue battute inopportune, ingenue e provinciali, e la farebbero ridere, perché lei, al contrario di me, sa apprezzare la semplicità. E da questa nuova casa, sette mesi fa è nato Pietro, un bimbo sorridente e sereno nei cui tratti qualcuno vede te.

Che mi piaccia o no, sto diventando un adulto. Forse più ordinario, più normale, più attento alle cose essenziali: far vivere alla mia famiglia una vita dignitosa, come hai fatto tu per tutta la vita, un lungo e riuscito tentativo di regalare ai tuoi figli una vita migliore di quella che avevi avuto tu da bambino.

Ti sogno spesso, molto più spesso di una volta. Appari dal nulla e io sono sorpreso dal tuo ritorno. “Ma papà, non eri morto?” ti chiedo. E tu mi rispondi che te n’eri andato, ma ora sei tornato, e in un certo senso è vero, perché anche se questo Natale è stato il più difficile di tutti, pieno di gioia ma anche di dolore, perché è il primo Natale in cui c’è un padre che è nato da pochi mesi e uno che se n’è andato da quattordici anni, malgrado tutto oggi è tornato un padre nella mia vita. Anche se quel padre non sei tu. Anche se quel padre sono io.

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