La casa

La casa sta diventando vecchia.

Me ne sono accorto solo di recente. Il processo è graduale e finché ci vivi dentro, o finché ci entri spesso, magari non te ne accorgi. Ma ora che vivo più lontano e ci capito raramente, e quando ci capito è per una visita rapida e sbrigativa, lo vedo chiaramente.

Ci sono ancora i segni di quando, da piccolo, ho passato il pennarello su tutte le pareti. Ti sei arrabbiato da morire, quella volta. I mobili sono tanti, tutti datati e impolverati. È una casa piena, troppo piena. Mamma la riempie di roba, forse per colmare il vuoto della tua assenza. Le pareti rivestite di legno sono fuori moda, così come la moquette, i tappeti, e il lungo corridoio anni ottanta che porta dall’ingresso alle uniche due camere. La tua, con quel quadro di una Madonna che mi faceva così paura. E la mia, con ancora i poster dei concerti che facevo a sedici anni, i pupazzetti di Paperino, e i letti: quello di nonna, che poi è passato a Teo. Quello di Teo, che poi è passato a Simone. E il terzo, piccolino, che si tirava fuori da sotto il secondo, e che prima era di Simone e poi è passato a me. Quando nonna è morta Teo si è preso il suo letto, Simone il secondo e io quello piccolino. Quando Teo si è sposato Simone si è preso il suo letto e io ho potuto finalmente dormire in un letto normale. A pensarci bene, lo spazio per me si creava solo quando qualcuno, in famiglia, moriva o se ne andava.

Quando sei morto tu, però, non c’è stato spazio in più per me. È in quel momento, credo, che la casa ha iniziato a invecchiare. Ora è una casa stanca, affollata di ricordi, nessuno dei quali, a pensarci bene, mi sembra davvero bello. E il giorno in cui neanche mamma ci sarà più, il giorno in cui ti raggiungerà in qualsiasi posto tu ti trovi in questo momento, in quel giorno mi toccherà entrarci di nuovo, in quella casa piena, vecchia e stanca, che sarà diventata mia. Mi toccherà entrarci per l’ultima volta e magari svuotarla, fare i conti con quel passato ingombrante, con quelle centinaia di oggetti impolverati e inutili, con le foto sul comodino, le cornici spesse, le testiere dei letti che scricchiolano, le bruciature di sigaretta sui divani, i libri antichi, e tutti quegli oggetti mi parleranno di te, di mia madre, di noi, di questa cazzo di famiglia sgangherata, che si tiene in piedi sugli stuzzicadenti, sempre sull’orlo di crollare ma odiosamente capace di riprendersi quando è sull’orlo del baratro.

Sento che la fine di questa famiglia per come l’ho sempre conosciuta si sta avvicinando e per la prima volta ho davvero paura. Per la prima volta, ogni volta che succede qualcosa di nuovo nella mia vita, che sia una cosa bella o una cosa brutta, sento davvero, in fondo al cuore, sinceramente, che vorrei viverla con te, e che papà, mi manchi, solo Cristo lo sa quanto cazzo mi manchi.

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