A Nainggolan dovrebbero fare una statua, altroché

A Roma – inteso come luogo calcistico prima che geografico – esiste un fenomeno noto come coattizzazione: trattasi del processo in base al quale dei giocatori che non hanno nulla a che fare con la capitale (e spesso con l’Italia intera, a dirla tutta) assumono gli inequivocabili tratti della romanità: una bonaria spacconeria, un provincialismo a tratti becero, la sindrome da complotto del palazzo e un attaccamento alla maglia che non trova giustificazione nell’albero genealogico (per farla breve: diventano membri dei Måneskin). Esistono innumerevoli esempi in proposito, che vanno da Philippe Mexès a Kōstas Manōlas, da John Arne Riise a Christian Panucci, da Walter Samuel a Leandro Cufré, e l’ultimo di questi, ma forse anche il principale, è Radja Nainggolan.

La coattizzazione è solo romana e romanista, dato che un fenomeno equivalente non si verifica in altre grandi squadre come la Juventus (anche perché, quantomeno dal punto di vista folkloristico, non mi risulta che ci sia nulla di cui vantarsi a essere un TORINESE DOC). Qualcuno potrà obiettare che tale esclusività sia piuttosto insignificante e indegna di rappresentare un motivo di vanto, ma per noi tifosi dell’AS Roma è importante: in una squadra che ha sempre vinto pochissimo e nel migliore dei casi imbrocca un secondo posto o una semifinale di coppa Italia, il tifo assume tratti inevitabilmente romantici e slegati dal risultato agonistico, cosicché a noi giallorossi tocca accontentarci di conquiste misere come quella di constatare che un greco o un brasiliano sentano così tanto il valore di quella maglia da incarnare il meglio e il peggio di chi la sostiene.

L’ultima spacconata di Radja Nainggolan è perfettamente in linea con il fenomeno di coattizzazione sopra descritto: il centrocampista della Roma ha festeggiato la notte di San Silvestro fra alcol, sigarette e bestemmie, e ha avuto il buongusto di documentare il tutto con delle Instagram stories pubblicate sul suo profilo ufficiale da quasi un milione di follower.

Ora, posto che – dal mio personale punto di vista – in un paese come l’Italia, drammaticamente compromesso dal cattolicesimo imperante, a chiunque sdogani la bestemmia in diretta streaming andrebbe quantomeno eretta una statua (si pensi al fatto che anche a La Zanzara, trasmissione di Radio24 dove è concesso praticamente tutto e che ogni giorno trasforma l’impettito palinsesto di Confindustria in un ricettacolo di squirting, razzismo e anti-antifascismo, la blasfemia è ancora off-limits), l’unica cosa che mi viene da pensare dopo aver visto le famigerate Instagram stories di Radja Nainggolan è che sono fiero di avere un giocatore come lui nella mia squadra. Il centrocampista belga non è un calciatore, è fomento allo stato puro: sregolato e arrogante fuori dal campo, inesauribile uomo squadra nel rettangolo di gioco. E dato che la Roma non infila un trofeo nel palmarès da ormai dieci anni, atti di profonda umanità come quello di Nainggolan, atti che avvicinano persone generalmente disumane come i calciatori allo stesso globo terrestre calcato dalla gente comune, sono a mio parere gli unici motivi rimasti per cui valga la pena tifare questa squadra.

(Voglio dire: ce lo vedete Chiellini in una situazione del genere? Appunto: noia, noia, noia).

E per carità di Dio, non tiratemi fuori la storia della responsabilità del Ninja verso i bambini che lo guardano: mica solo i bambini seguono il calcio, ci sono anche gli adulti! Per una volta, qualcuno ci pensa a tutelare i diritti di noi adulti che vogliamo vedere i nostri beniamini fumare, alcolizzarsi e bestemmiare come facciamo tutti noi (specialmente a Roma)?

Qualcuno potrà obiettare che Nainggolan è teoricamente libero di fare ciò che vuole a casa sua, almeno finché non penalizza il suo rendimento in campo, ma mettere il tutto in pubblica piazza è stato un errore. Opinioni del genere mi paiono quantomeno fuori luogo in un mondo in cui praticamente tutto è in diretta streaming e le gaffe social non solo sono all’ordine del giorno, ma spesso contribuiscono a umanizzare e sdoganare personaggi altrimenti deprecabili come Trump o Berlusconi. In questo senso, lamentarsi delle figuracce su Twitter, Facebook o Instagram mi suona un po’ come rompere il cazzo perché da Ikea ci stanno i divani.

Una delle poche lezioni che i social network ci hanno impartito è che a fare lezioni di morale si perde sempre, perché l’incoerenza è sempre dietro l’angolo e ben presto potresti ricadere tu stesso nell’errore che hai precedentemente condannato (anyone said #jesuischarlie?); ho verificato in prima persona la validità di questa affermazione passando tre anni sui campi di calcio provinciali e regionali per prendere il tesserino da giornalista pubblicista, e posso assicurarvi che la stragrande maggioranza dei genitori non impartisce ai propri figli esempi migliori di quello di Radja Nainggolan.

Se condanniamo il comportamento del centrocampista della Roma allora dobbiamo smettere di affascinarci davanti agli eccessi di George Best o di Mick Jagger, di tifare per James Hunt contro Niki Lauda o di leggere le biografie di Garrincha. Personaggi sregolati come questi suscitano il nostro interesse perché da che mondo è mondo la trasgressione è parte integrante dell’animo umano, anzi di più: è uno dei motori fondamentali del progresso. Senza la trasgressione non avremmo avuto la legge sul divorzio o quella sull’aborto, non sarebbero stati rovesciati governi autoritari e repressivi, non avremmo avuto il ’68. E senza voler attribuire a Radja Nainggolan più meriti di quanti ne abbia effettivamente, sono convinto che chiunque rompa le righe e semini il caos (senza compromettere l’altrui libertà) sia da premiare piuttosto che condannare.

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