No, Stranger Things non c’entra niente con i Goonies

Lo dico a scanso di equivoci: Stranger Things mi piace. Certo, non sono uno di quelli che NO VABBÈ NON TI È PIACIUTO STRANGER THINGS SEI COMPLETAMENTE PAZZO, ma è una serie che mi sono goduto.

Detto ciò, credo sia giunto il momento di razionalizzare un attimo. Come spesso accade ai prodotti che riscuotono un grande successo di pubblico, su Stranger Things sono state dette e scritte le cose più disparate, diverse delle quali a sproposito. Fra queste, la principale è il sedicente fil rouge che lega la serie prodotta dai Duffer Brothers alla cinematografia anni ottanta. Credo di avere l’autorevolezza necessaria a sconfessare questo luogo comune, non tanto per le mie conoscenze in campo cinematografico (invero relativamente ridotte), quanto perché sono emotivamente molto legato a quel tipo di cinema, essendo stato bambino proprio in quel periodo.

Se è vero che Stranger Things omaggia il cinema anni ottanta sotto diversi punti di vista (tagli di capelli, canzoni, cultura pop, ecc.), è altrettanto vero che questa serie è a tutti gli effetti un prodotto dei nostri giorni, sia dal punto di vista estetico che – soprattutto – in termini di tecnica narrativa. Ciò risulta chiaro quando si confronta Stranger Things con uno dei suoi termini di paragone più ricorrenti (e inappropriati), vale a dire i Goonies.

Salvo il fatto che i protagonisti siano dei bambini, le differenze fra i due prodotti sono enormi e ben chiare. La prima, nonché la più evidente, sta nel genere. Pur essendo connotato da una trama avventurosa, i Goonies è un film a venatura principalmente comica: quasi tutti i personaggi fanno ridere in qualche modo, dalla sgangherata banda dei Fratelli all’inventivo Data, per non parlare di Slot e di Chunk, cui verso il finale è riservato l’assolo comico più memorabile. La cinematografia di oggi, invece, funziona a compartimenti stagni, così che molto spesso i film o fanno ridere o creano tensione, con rarissimi episodi di sfumature nel mezzo (e infatti in Stranger Things la linea comica è relegata a qualche battuta di Dustin).

Un’altra fondamentale differenza sta in come i due prodotti affrontano la divisione fra il mondo dei bambini e quello degli adulti. Nei Goonies questa separazione è lampante (tant’è che i “grandi” sono praticamente assenti per buona parte del film, fatta eccezione per i cattivi), mentre in Stranger Things i due universi sono molto più fluidi, con gli adulti che spesso e volentieri interagiscono con i bambini come se fossero dei quarantenni. Ciò accade perché, mentre i protagonisti dei Goonies sono bambini che pensano come dei bambini – fanno cazzate, dicono stupidaggini, si cacciano in situazioni grottesche – e per questo hanno limitate possibilità di interazione perfino con il fratello di poco più grande, quelli di Stranger Things sono bambini che pensano come adulti: elaborano piani sofisticati, vengono a conoscenza di strampalate teorie dimensionali che si rivelano puntualmente vere, le espongono al loro professore e il professore li prende sul serio, rispondendo che sì, tecnicamente è possibile che esista un mondo parallelo, si chiama Upside down e ci si entra così (WTF?!).

Il motivo di questa differenza nel modo di trattare l’adolescenza è presto detto: in un’epoca in cui la nostalgia è redditizia, Stranger Things è una serie evidentemente targetizzata verso chi ha amato quel genere di film da bambino (vale a dire i trentacinquenni di oggi, vale a dire noi), ed è normale che a trentacinque anni noi trentacinquenni esigiamo dai nostri personaggi un comportamento il più possibile da trentacinquenni. Non riusciremmo ad affezionarci a un personaggio che cerca di uccidere un mostro con una pistola ad acqua – per quanto per un bambino la cosa possa avere un senso – ma preferiamo che chiami il fratello maggiore armato di mazza da baseball chiodata.

Nella pur godibile seconda stagione, Stranger Things si allontana ancora di più dal suo ricorrente termine di paragone, al punto che i riferimenti alla cinematografia anni ottanta si riducono a un citazionismo spinto di cui fatico a capire il senso e soprattutto il valore aggiunto. La prima stagione aveva il pregio di basarsi su equilibri delicati, con un intreccio complesso che doveva mantenere alta l’attenzione senza svelare il mistero di fondo; nella seconda, invece, non c’è più traccia di mistero: è tutto chiaro fin dall’inizio, si sa da dove vengono quelle creature e cosa vogliono fare, si sa come si fa a entrare nell’upside down e cosa ci sta dentro. Liberatasi del fardello dell’enigma, la serie si tramuta in un semplice (per quanto appassionante) horror/thriller sovrannaturale anni duemila, che di fatto rappresenta un collage ben riuscito di cliché contemporanei visti e rivisti, dove gli anni ottanta si vedono solo in musiche, libri e magliette.

Ora, con questo non voglio assolutamente sminuire la qualità di Stranger Things, ma neanche commettere l’errore contrario (anche perché, stando a sentire la rumorosissima minoranza di internet, pare che ogni release di Netflix sia il nuovo Metropolis). Al giorno d’oggi, l’ormai vastissimo mercato delle serie tv si può dividere in tre fondamentali categorie: quelle assolutamente imperdibili (non più di una manciata), quelle buone e quelle di merda (fra il primo e il terzo gruppo intercorre più o meno lo stesso rapporto numerico che c’è fra un bicchiere d’acqua e l’oceano atlantico, NdR). Razionalmente, credo che Stranger Things si collochi piuttosto in alto nel secondo gruppo.

Il mio punto, piuttosto, è un altro: viviamo in un’epoca in cui i dati che riguardano le nostre preferenze in materia di film, musica e libri sono quotidianamente dati in pasto dai social network alle agenzie pubblicitarie. Per questo motivo è relativamente facile riscuotere il consenso di un pubblico di riferimento ormai sempre più assuefatto a prodotti concepiti in provetta per dargli dipendenza. E come sempre più spesso accade ultimamente, sembra che tale grado di dipendenza sia ritenuto direttamente proporzionale alla qualità della serie in sé, premiando produzioni che intraprendono questa direzione (come Stranger Things) e penalizzando quelle che si prendono il loro tempo per raccontare una storia (Better Call Saul).

Stranger Things è un’ottima serie anche se non le si attribuisce l’ingombrante merito di aver ereditato i dettami del cinema anni ottanta, che non a caso l’industria cinematografica sta (ri)sfruttando in tutte le salse (The Expendables, Indiana Jones, Blade Runner, solo per citare i primi che mi vengono in mente). Proprio perché il pubblico della serie creata dai Duffer Brothers siamo noi trentacinquenni nostalgici, siamo proprio noi i primi a dover riconoscere che si tratta di un prodotto profondamente diverso da quelli con cui siamo cresciuti, perché è impossibile che a trentacinque anni ci piaccia la stessa roba che ci piaceva a sei.

Per questo vi direi di provare a rivedere i Goonies oggi, spogliandovi per quanto possibile del ricordo di quanto avete amato quel film fin da bambini, e giudicarlo di conseguenza. RIPETO, AL NETTO DELLA NOSTALGIA, indovinate un po’? Potrebbe anche farvi cacare.

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