Reflusso gastroesofageo.

Pic: axcy

Ho questa immagine di te: la tua silhouette seduta sul ciglio del letto, con le mani sui fianchi e la luce che filtra attraverso le serrande semichiuse. Non riuscivi a dormire per via del reflusso gastroesofageo. È una delle cose che mi hai lasciato in eredità.

I ricordi che ho di te sono tutti di questo tipo: tu che rutti sul ciglio del letto, tu che dopo le montagne russe al Luneur mi dici per scherzo che ti sei letteralmente cacato sotto, tu che, a pochi giorni dalla morte, dal letto dell’ospedale farnetichi di dover raccogliere un pezzo di pizza da sotto il letto.

Mi ricordo tutte queste cose stupide, e qualche settimana fa, quando la mia analista mi ha chiesto “com’era suo padre?” io non ho neanche saputo rispondere. Non sapevo trovare le parole adatte. Non è che non mi ricordassi, è che la descrizione che si può dare di un’altra persona dipende anche dal momento in cui la si conosce, e io sono dodici anni che non ti ho più.
Dodici anni sono un’enormità. Quando ti ho conosciuto ero un’altra persona, e chissà, forse oggi avrei un’idea diversa di te.

Ma forse è giusto così. Siamo tutti così fissati con quest’idea che un ricordo “degno” debba per forza chiamare in causa aggettivi roboanti o grandi sentimenti, e invece il mondo che abbiamo davanti è in realtà così banale e ripetitivo da non meritare ragionamenti sui massimi sistemi, e forse le uniche cose che contano sono proprio quelle stupide.

Il lavoro, la moglie, i figli, il mutuo, la macchina, il reflusso gastroesofageo, e questo cazzo di sole che sorge ogni giorno, puntuale, nonostante tutto, nonostante un altro maledetto venti gennaio.

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