Internet ha ucciso la letteratura?

Qualche mese fa stavo entrando in libreria per comprare i preservativi (è per questo che si va in libreria al giorno d’oggi, giusto?) quando sono stato intercettato da una ragazza che stava conducendo un sondaggio sulle abitudini di lettura degli Italiani. Ovviamente la prima domanda che mi ha fatto è stata “quanti libri leggi all’anno?”

Nel momento in cui le ho risposto che era difficile fare una stima, ma il numero oscillava fra i venti e i trenta, la sondaggista ha alzato un sopracciglio in segno di stupore, come se avessi detto che secondo me le due canzoni più belle della storia sono The great gig in the sky dei Pink Floyd e T’appartengo di Ambra Angiolini. Eppure un dato del genere non è poi così sconvolgente (c’è gente che legge molto di più): diciamo piuttosto che fa la sua porca figura solo perché la media italiana è drammatica (secondo i miei calcoli oscilla fra “il retro del Johnson Baby Shampoo” e “sette freddure di Spinoza”).

Il punto qui è un altro: sono abbastanza sicuro che la ragazza non avrebbe reagito allo stesso modo se le avessi detto che guardo quattro film al giorno (anzi, forse mi avrebbe semplicemente preso per uno con un sacco di tempo libero).

LA LETTERATURA È DAVVERO “NOBILE”?

Oggi la letteratura è ai minimi storici, se pensiamo che il candidato sindaco di Roma può permettersi di dire che fra i suoi cinque libri preferiti c’è E io pago di Daniele Frongia senza che nessuno si faccia esplodere davanti al Campidoglio. Più passa il tempo e più i lettori vengono visti come una sorta di oggetto misterioso, da studiare con quel misto di ammirazione e diffidenza che di norma si riserva a chi mette la cipolla nella pasta alla carbonara. Questo accade perché la letteratura gode di una fama di “forma artistica alta e impegnativa” che trovo francamente ingiustificata.

La spiegazione più immediata per questa convinzione è che, nell’era dei social network – un’era in cui si fa fatica perfino ad andare oltre il titolo di un articolo – misurarsi con letture di ampio respiro è proporzionalmente più impegnativo di ascoltare un disco, al punto che se Delitto e castigo fosse stato scritto oggi forse sarebbe passato inosservato, anche perché probabilmente la sua storia editoriale sarebbe andata così:

“Ascolta Fëdor, ‘sto romanzo che mi hai mandato…”
“Che c’è? Non ti piace?”
“Ma no, non è male, è solo che… Cristo, quant’è lungo… poi tutti quei segoni esistenzialisti sul senso di colpa, non so… ho paura che la gente possa annoiarsi. Perché non ne fai semplicemente un video?”
“…un video?”
“Sì, una roba fresca, immediata, alla The Pills per intenderci!”
“The Pills?”
“Tre minuti, tre minuti e mezzo al massimo. Con un titolo accattivante, che inviti la gente a cliccarci… ecco, tipo, che ne dici di Ammazza la vecchia challenge?”

MA DAVVERO LEGGIAMO POCO?

La curva discendente nel numero complessivo di lettori era un dato di fatto già prima dell’esplosione dei social network, e se internet da un lato ha ulteriormente compromesso il volume di libri venduti in Italia (malgrado i timidi segnali di ripresa del 2016), dall’altro è probabile che abbia aumentato il numero assoluto di persone che quotidianamente leggono.

Prima che il web si diffondesse, infatti, la principale strada da percorrere per dedicarsi alla lettura – oltre a quella dei libri – era acquistare un giornale, e molte meno persone in proporzione acquistavano quotidiani rispetto a quante oggi hanno una connessione a internet dove trovare contenuti da leggere, oltre che da ascoltare o guardare.

COSA LEGGIAMO?

A questo punto qualcuno potrebbe obiettare che il problema non sia quanto leggiamo, ma cosa leggiamo: se dedicassimo ai libri lo stesso tempo che dedichiamo ai post con cui la nostra vicina di casa festeggia la laurea con 87 in discipline delle arti, della musica e dello spettacolo, probabilmente finiremmo l’intero ciclo delle Cronache del ghiaccio e del fuoco nel giro di un mese.

Lungi da me l’idea di categorizzare l’arte in “arte di serie A” e “di serie B”: sarebbe terribilmente snob. Ogni cosa ha una sua dignità letteraria, anche la cosiddetta “letteratura di internet” (sarebbe ipocrita e controproducente negarlo, dato che in qualche modo ne faccio parte), per quanto intercorra una differenza evidente fra l’opera omnia di Nabokov e Vietato smettere di sognare di Benji e Fede (che non ho letto, e cui concedo quindi il beneficio del dubbio: magari è il nuovo Viaggio al termine della notte e sono io che non me ne rendo conto).

Con l’allargamento del mercato, l’appiattimento della qualità media dei prodotti è fisiologico e non riguarda solo la letteratura. Per esempio io ho un amico che guarda film dalla mattina alla sera, ma si rifiuta di premere il tasto play se il lungometraggio non rispetta almeno uno dei seguenti requisiti:

  1. Che ci sia Jake Gyllenhaal;
  2. Che ci sia Jake Gyllenhaal che mena qualcuno;
  3. Che ci sia Jake Gyllenhaal che mena fortissimo qualcuno.

La letteratura, però, sembra essere la forma d’arte che più ha sofferto tale appiattimento, e che più difficilmente riesce a portare i suoi prodotti “fuori da internet” (al di là del caso dei libri scritti da webstar, fenomeno già comune dai tempi della tv). Eppure ce ne sarebbe di materiale letterario valido, sul web: ci sono testate validissime, blogger in gamba e semplici pagine Facebook che quotidianamente producono piccoli capolavori.

Come mai, allora, la rete non ha al contrario aumentato le vendite di libri?

LA LETTERATURA È PIÙ “SERIA”?

La mia impressione è che la letteratura sia vittima di un’aura di “seriosità” che mal si sposa con una società sempre più affamata di contenuti leggeri e divertenti, un’aura di cui altre forme d’arte sono state capaci di liberarsi: anche la musica in passato era elitaria, per esempio, e fin dagli anni cinquanta ha iniziato un processo di rinnovamento all’interno del quale anche la letteratura ha trovato valvole di sfogo più al passo coi tempi. Ma la musica è stata capace di proseguire questo percorso anche nell’era di internet (certo, si vendono meno dischi, ma se ne ascoltano molto di più sul web), mentre i romanzi continuano ad ammuffire nelle librerie senza un esatto equivalente all’interno della rete.

La suddetta aura di seriosità non ha ragion d’essere: ci sono innumerevoli autori dotati di una forte carica comica (Nicolaj Gogol’ e David Foster Wallace, solo per citarne un paio) e romanzi paurosamente divertenti (L’uomo dei dadi di Luke Rhinehart). Ovvio che Kafka non potrà mai far ridere nello stesso modo in cui fa ridere uno sketch dei The Jackal, ma il panorama letterario è così vasto che potrebbe permettersi di offrire prodotti di qualità a ogni tipo di pubblico, anche quello meno impegnato, se solo sfruttasse di più i potentissimi mezzi a disposizione al giorno d’oggi.

La comunicazione nell’era del web richiede sfrontatezza e dirompenza, e forse quello dei libri è il campo che meno si è adattato a questa nuova architettura operativa (è una barriera che nel mio piccolo ho cercato di rompere con la campagna di marketing virale tramite la quale ho promosso il mio romanzo La guerra di indipendenza di Roma nord). Insomma, sembra quasi che la letteratura si stia semplicemente vendendo male, cercando di trattenere il pubblico che già ha piuttosto che attirarne di nuovo, in ossequio a una strategia autoghettizzante forse in parte indotta dagli stessi lettori e da alcuni autori.

ANDARE AL PASSO COI TEMPI

Leggere non è qualcosa che ci prescrive il dottore (e anche se lo facesse, sarebbe solo controproducente). Un appassionato di musica ha la stessa dignità di un lettore, perché il proposito che lo anima è lo stesso: la curiosità, la fame verso qualcosa di nuovo. E nel momento in cui ci ripetiamo che internet ha ucciso la letteratura stiamo solo cercando una scusa.

Internet non ha ucciso un bel nulla. È la letteratura che sta facendo fatica ad adattarsi alle logiche di marketing moderne, logiche delle quali, volenti o nolenti, è d’obbligo sfruttare le potenzialità. Adattarsi a una rivoluzione culturale di tale portata non è cosa da poco (per dirne una, è complicato adeguarsi alla gratuità dei contenuti generalmente richiesta dagli utenti), e servizi all-you-can-eat come Spotify faticano a prendere piede per i libri.

Forse questo adattamento richiederà semplicemente più tempo, ma è necessario pigiare il tasto sull’acceleratore se non vogliamo che la frenesia commerciale di internet non strozzi il mercato e costringa al suicidio la letteratura così come l’abbiamo conosciuta finora.

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