Caro internet, io e te dobbiamo parlare

Come probabilmente molti di voi, ieri mi sono imbattuto in questo status di Damiano Coccia detto “Er Faina” a proposito del terremoto che ha colpito il centro Italia:

Immigrati negli hotel a 5 stelle e petizioni affinché lo Stato tolga tutti i soldi a un’azienda privata per donarli ai terremotati, il tutto condito da demagogia spicciola, populismo un tanto ar chilo e una spolverata di fascismo. Praticamente un riassunto in cinque righe dei programmi di Lega Nord e MoVimento 5 Stelle. E, come tutto ciò che Damiano Coccia ha pubblicato sui social da qualche mese a questa parte, questo status ha avuto migliaia di like e centinaia di condivisioni.

Ma non è der Faina che vorrei parlare in questo post, principalmente per due motivi:

  1. Sarebbe come sparare sulla croce rossa; e
  2. Ne verrebbe fuori un pippone estremamente rassicurante per noi buoni, un pippone che ci farebbe dare tante pacche sulle spalle a vicenda, ma che tutto sommato resterebbe del tutto inutile.

Riempire Er Faina di insulti perché “fomenta l’odio”, infatti, non ha granché senso. Il personaggio non dà proprio l’impressione di far parte di quel genere di persone che si chiede “aspetta un momento, ma sono pronto a prendermi la responsabilità di quello che dico?” prima di premere il tasto “pubblica” su Facebook. E se non sarà lui a dare voce a ignoranza e populismo, lo farà qualcun altro. Perché, che ci piaccia o no, in molti pensano e ragionano come Er Faina, e prima o poi quello con la voce più forte si farà sentire. Il potere più grande ce l’abbiamo in mano noi tutti, ed è quello di chiudere la scheda di Chrome e andare avanti.

In casi come questo mi viene da pensare a come stavano le cose una quindicina d’anni fa. Quando un mezzo di comunicazione interattivo come il web non era ancora così sviluppato, e per informarci ci dovevamo affidare a tre o quattro giornali e alla tv generalista. In quegli anni noi buoni ci battevamo (o pensavamo di batterci) contro un evidente appiattimento culturale, contro un inesorabile cammino verso la distrazione che ci avrebbe resi asserviti a un potere che ci diceva che musica ascoltare e quali programmi guardare in tv. Eravamo convinti che i poteri forti ci anestetizzassero somministrandoci spazzatura che mai avremmo ingerito di nostra spontanea volontà.

E poi sei arrivato tu, internet.

Non sapevamo neanche bene cosa fossi, ma eravamo convinti che in quale modo rappresentassi un’opportunità. Una via d’uscita verso un mondo migliore, in cui la qualità dei contenuti sarebbe emersa spontaneamente perché era questo che il pubblico voleva davvero. Eravamo convinti che, di lì a poco, il nostro pusher avrebbe iniziato a leggere Philip Roth in lingua originale, gli Shellac avrebbero dominato tutte le chart e il nostro vicino ci avrebbe invitato a casa non per mostrarci le foto delle Rumene che si è scopato nel suo ultimo viaggio a Bucarest, ma per farci ascoltare come suona The Black Page di Frank Zappa alla batteria.
Bendato.
Senza usare le mani.

Invece non è andata così. Roth è rimasto a prendere polvere sulle librerie Billy delle laureande in giurisprudenza con il segnalibro fermo a pagina 25, perché “comunque Pastorale americana è bellissimo“, e il vicino ci chiama ancora per parlarci di Svetlana, quella slava metà silicone e metà borse di Fendi con delle tette fotoniche, “praticamente due centrali del latte.”

La stessa identica merda che rifuggivamo, quella che qualcuno ci propinava contro la nostra volontà, quella merda è ancora tutta là, e la nostra cronologia di navigazione è infarcita di Vomito in faccia challenge, video di Sara Tommasi sotto botta e teorie del complotto fomentate da sedicenni che bullizzano gli obesi su Facebook.
E, data la sconfinata libertà che internet ci ha regalato, questo vuol dire una cosa sola: che è quello che vogliamo. E ora siamo noi stessi a darcelo.

Grazie di tutto, internet.
Ma da te mi aspettavo di più.

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