Push.

Pic: incredi.

Non eri pronto per il web 1.0, figuriamoci se lo saresti oggi per il 2.0.

Affittavamo la casa in campagna perché mantenerla era troppo costoso. Dopo un po’ di esitazione ti convincesti ad affidarti a quel mondo di internet che ti era sconosciuto, così ci iscrivemmo a un sito che rimediava principalmente turisti statunitensi in visita in Italia. Solo che al tempo ancora non esistevano le notifiche push, e per capire se c’era una richiesta dovevi accedere al sito e controllare una grossolana tabella, in cui ogni quadratino corrispondeva a una settimana. Il quadratino era verde se non c’erano richieste, giallo per quelle da confermare e rosso per quelle già confermate.

Ogni sera mi chiedevi di controllare. “Mi guardi se ci sono gli Americani?” mi dicevi. “Gli Americani,” li chiamavi. Io sbuffavo e ti rispondevo che le cose non cambiavano mica in un giorno, ma spesso avevi ragione tu. Ho provato più volte a insegnarti a controllare da solo, ma internet non faceva per te. Ti ricordo ancora provare a fare doppio clic: lasciavi il mouse e lo premevi due volte con l’indice teso, così il mouse si spostava e la freccetta finiva fuori dalla tabella.

Mi manchi.

Mi manchi in un modo che non so più come spiegare. Ed è buffo che dica questo, perché il tempo passa e io non mi ricordo più. Non ricordo com’era averti in casa, non ricordo di cosa parlassimo, non ricordo che rumore facessero le tue posate sul piatto quando mangiavi. È incredibile che possa succedere una cosa del genere, ma davvero non ricordo più; ho solo questa vaga impressione che se tu fossi ancora qui, la nostra sarebbe una famiglia migliore. E la mia sarebbe una vita migliore.

Oggi sono undici anni. Undici anni che vomito una lettera sulle pagine di questo blog ogni maledetto venti gennaio, convinto che in qualche modo tu possa leggerla. Undici anni che quando voglio parlarti devo prendere la foto che ho sul comodino, nella cornice nera di Leroy Merlin, quella foto che ti ritrae sorridente assieme a zio Valentino, che se ne andò poco prima di te.

Sono undici anni che ti dico che mi manchi con tutte le parole del mondo, e ho il dubbio che prima o poi finiscano, o che siano già finite. Undici anni che ne cerco di nuove per tenermi aggrappato al tuo ricordo, che è l’unica cosa che mi rimane e che si fa ogni giorno più lontano.

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