Semifreddo Montecitorio (una splendida poesia muta)

La prima volta che la vidi avevo sedici anni e stavo aspettando il 778 a EUR Palasport. Era una ragazza minuta con cortissimi capelli rossi spettinati e ingelatinati e un paio di enormi occhi azzurri, e chi mi conosce lo sa bene che davanti agli occhi azzurri esco sempre sconfitto.
Fumava una sigaretta. Volevo rivolgerle la parola ma mi vergognavo come un cane. Solo dopo un quarto d’ora trovai il coraggio di chiedergliene una. Lei non disse nulla, estrasse una Camel blu dal pacchetto e me la diede. Dopo pochi minuti il 778 passò e salimmo entrambi.
Io scesi prima di lei.

Non la vidi per tanto tempo. Poi, avevo vent’anni e passeggiavo a viale Europa con Federico. Ci fermammo a prendere un gelato. Io ordinai un cono stracciatella, semifreddo Montecitorio, lardo di colonnata e variegato alla sorpresa. La sorpresa, nello specifico, era che lei lavorava proprio in quel bar.
Mi fece lei il cono e me lo diede, ancora una volta senza dire una parola.
Sentii un collega rivolgersi a lei.
Serena, si chiamava.

Per un’estate rimase quello che già era: una splendida poesia muta. Presi due o tre chili quell’agosto, perché ogni volta che passavo davanti al bar e la vedevo dietro al bancone mi fermavo a prendere un cono stracciatella, lardo di colonnata e semifreddo Montecitorio. E naturalmente davanti al bar ci passavo tutti i giorni, perché speravo che mi rivolgesse la parola. Ma a parte un “ciao” di benvenuto non mi parlava mai. Il che era grave, perché al tempo avevo più di un problema a relazionarmi alle ragazze: il confronto diretto mi annichiliva.

Così un giorno decisi di scriverle una lunga lettera.
Le spiegavo chi ero e le dicevo che ogni giorno passavo davanti a quel bar per vedere se era dietro il bancone. Che ordinavo sempre lo stesso cono nella speranza che lei, non so come non so perché, mi rivolgesse la parola. Le lasciavo il mio numero chiedendole di chiamarmi se mai ne avesse avuto voglia.
Una mattina in cui lei non lavorava entrai nel bar e andai alla cassa. Ordinai un cono stracciatella, lardo di colonnata e semifreddo Montecitorio e consegnai la lettera al cassiere dicendogli solo.
“Datela a Serena, per favore.”

Poi andai a casa di Federico e attesi. Dal balcone di camera sua riuscivo a vedere il bar. Nel pomeriggio la vidi arrivare, e rimasi estasiato per una mezz’ora a guardarla agitarsi dietro al bancone, poi la vidi uscire, sedersi a uno dei tavolini e leggere la mia lettera mentre fumava una sigaretta.

Non mi chiamò. Non mi chiamò mai.
Dopo l’estate smise di lavorare in quel bar e per me rimase quello che era: una splendida poesia muta. Una splendida poesia muta di cui fui costretto a dimenticare i versi.

Nell’autunno del duemilaquattro ero in Erasmus a Barcellona. Erano tempi difficili: la malattia di mio padre, la legge Fini sulle droghe, la difficile annata della Roma. Stavo aspettando degli amici davanti a una fermata della metro per andare a un concerto. Buttavo spesso l’occhio verso le scale per vedere se arrivavano o no. E a un certo punto, dall’ombra vidi spuntare un piccolo cespuglio di capelli rossi.
Era lei. Era Serena.

In quel momento pensai che era tutto scritto, che da qualche parte un disegno dovesse esserci. Pensai che vedendomi avrebbe capito che il destino ci aveva uniti, e che anche volendo non sarebbe mai riuscita a scappare da me (inquietante). Immaginavo che sarebbe saltata sulle punte dei piedi, mi avrebbe stretto a sé e baciato sulla guancia per dirmi:
“Scusa se non ho risposto alla tua lettera. Non ero pronta, non potevo capire.”

Ricordo benissimo l’espressione sorpresa che fece quando mi vide. Capii subito che aveva riconosciuto in me l’autore della lettera.
“Ehi,” le dissi.
Rimanemmo a guardarci per qualche secondo in cui cercai di pescare qualche parola nell’imbarazzo. Ma non mi venne in mente nulla di meglio da dirle che:
“Che ci fai qui a Barcellona?”
Lei mi fissò nei suoi enormi occhi azzurri e mi rispose.

“Ah boh, cazzo ne so. Me chiamava, càrcola.”

Mi sa che era meglio se restava una splendida poesia muta.

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