bam.

Sotto casa mia c’è una curva che spesso le macchine prendono alla leggera. Ogni due giorni in media si sentono le ruote stridere, e a volte, tipo una volta al mese, arriva pure un bam. S’incrociano contro il guardrail. I vicini si affacciano al balcone, più curiosi che preoccupati. Guardano la strada in pigiama fumando una sigaretta, gli uomini in canotta, le donne coi bigodini. Restano lì cinque minuti e poi rientrano. Mia madre cammina per casa. Agita la mano e porta un tè a mia sorella. Ho imparato che quando agita la mano devo preoccuparmi. È incazzata. Non è incazzata perché l’ha menata, è incazzata perché il vicino li ha sentiti. “Io l’ho sempre detto, che a quello gli prudono le mani,” dice. Lo dice come se non fosse colpa sua, come se mia sorella non dovesse lasciarlo, come se fosse tutto uno scherzo del destino e forse è proprio così. Domani i vicini li saluterà a occhi bassi. L’imbarazzo dura qualche giorno, poi la gente si scorda. Ho imparato che la gente si scorda quasi tutto. Mi chiudo in balcone a fumare una sigaretta. Sento le gomme stridere. Chiudo gli occhi, aspiro una boccata di fumo e spero che arrivi il bam. Spero che fanno il botto. Spero che s’incrociano contro il guardrail e muoiono.

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