E non ci sarà nessun problema.

Pic: kedralynn.

Avevo dodici anni ed ero un coglione capriccioso.

Ero a Campione, nel Canton Ticino. Mamma e papà erano andati al casinò con i miei prozii. Non mi avevano fatto entrare perché non ero maggiorenne, avevo rosicato come poche altre volte nella vita e, mentre stavano dentro, me ne ero andato in giro per la città. Quando uscirono dal casinò, non vedendomi, andarono nel panico. Il mio prozio venne a cercarmi, e quando mi trovò scappai; feci correre per mezza Campione un uomo di settant’anni solo perché non accettavo che la legge mi vietasse di entrare in un casinò. Ero un coglione capriccioso che voleva tutto e si arrabbiava quando non glielo davano.

Non ho mai visto i miei così incazzati in vita mia. Credo sia in assoluto la cosa di cui mi vergogno di più. Da quell’episodio in poi, ogni volta che mio zio mi vedeva mi diceva “ti ricordi di quella volta a Campione, che corse mi hai fatto fa’.” Spesso ho pensato che avrei preferito non me lo ricordasse, tanto mi faceva male, ma non sarebbe stato giusto: le colpe è meglio prendersele fino in fondo, invece di chiuderle in un armadio.

Poi si è rincoglionito e ha iniziato a darmi del lei. Spesso mi chiedeva come mi chiamassi. Non è una cosa bella da dire, ma più volte ho pensato che fosse meglio così. Poco tempo fa è morto di leucemia. Così va la vita.

Era il marito della sorella di mia nonna, l’ultima di sette figli, pecora nera costante, la figlia che “è uscita male”. Ribelle, faceva scherzi a tutti, marinava la scuola, diceva parolacce e a sedici anni andava a fare l’amore nei campi di nascosto, fregandosene delle malelingue che giravano in una Roma che allora era perfino più piccola di adesso. Penso a cosa potesse voler dire andare a scopare per campi nel 1935 e sorrido pensando a chi oggi si sente alternativo e libero perché prende l’MDMA.

È sempre stata il mio mito. Da piccolo, quando sei gerontofobico, è difficile desiderare di più che una prozia così. Ora quasi non si muove, è in dialisi per insufficienza renale. Mia madre la va a trovare in Svizzera un paio di volte l’anno. Ci passò pure un capodanno cinque anni fa. Pochi giorni dopo ero a cena con lei e mio fratello, e le chiedemmo com’era andata. Ci rispose che era stata bene a cena, ma alle undici e un quarto non ce l’aveva fatta “e me ne so’ andata a dormi’.”
In quel momento provai tristezza per lei. Ora che il teatrino mediatico dei social network mi ha fatto capire quanto sia triste e squallida la convenzione del divertimento, provo tristezza per me.

Quando mia madre è su in Svizzera, mi chiama quasi ogni giorno e mi passa mia zia, che mi dice poche parole perché di più non ce la fa. Ogni volta mi fa una raccomandazione.
Sto guidando? Mi raccomando, guida piano.
Sto a casa senza far nulla? Mi raccomando, mangia.
Mentre mi saluta, scivola puntuale sulle ultime due o tre parole e si mette a piangere prima di ripassare il telefono a mamma. Sempre. Lo sento dalla voce. Io le dico che le voglio bene e dopo aver attaccato mi ripeto che dovrei andare a trovarla.

Un giorno sarà troppo tardi per farlo e dovrò fare spazio a un altro rimorso. Mia madre mi dirà che c’ero con il cuore e che è questo che conta. Mi dirà che zia Maria lo sapeva, che le volevo bene. Mi dirà di dire una preghiera per lei. Mi dirà che ora mi guarda da lassù e che non c’è problema.
E non ci sarà nessun problema.

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