X.

Quando entriamo, sopra la foto sulla tomba troviamo un biglietto di un autolavaggio. C’è scritto:

Ciao, amico mio! Sono tornato.

Deve averlo lasciato Luigi.

Oggi sono dieci anni esatti. Mi hanno insegnato che con la morte non bisogna dare retta alle ricorrenze. Si rischia di vedere il dolore come qualcosa che emerge solo quando un compleanno o un anniversario ce lo ricordano. Invece no: quello che si prova per la morte di un genitore è un dolore con cui è necessario convivere ogni giorno, che ammanterà di malinconia ogni ora della nostra vita.

Tuo padre non è morto il 20 gennaio. Tuo padre è morto ogni mattina mentre fai colazione, in ogni pagina dei libri che leggi, nei biglietti dell’autobus che timbri e tutte le volte che ti rimbocchi le maniche della camicia.

Ho tre o quattro immagini di te, quasi tutte stupide, trascurabili o antipatiche. Ricordo di quando mi hai sgridato quella volta che ho litigato a tavola con mio fratello, che sei venuto da me con l’aria minacciosa e mi hai urlato “finiscila!” e io, con la minestra davanti, l’ho indicata e ti ho risposto “la sto finendo,” e tu non hai potuto fare a meno di ridere anche se eri arrabbiato. Ricordo di quando ti hanno derubato davanti alla banca. Di quando sono entrato nel tuo ufficio e ti ho visto fumare anche se dicevi di aver smesso da tempo, dopo i primi mesi di quel cazzo di cancro. Ricordo che tornavi a casa e correvi in bagno per lavare via la puzza di fumo, come facevo io quando avevo sedici anni.

Ricordare le cose belle. Concentrarsi sulle cose belle. Dipingere il tuo volto nella mia memoria nella sua più stupida, innaturale positività, per onorare il culto di questa società del bello, in cui ogni cosa deve essere ricordata nei suoi aspetti migliori.
Ma tu non eri così. Tu eri imperfetto. Sbagliavi, ti incazzavi, a volte ragionavi con un bambino. Eri umano in una maniera preoccupante, e forse è per questo che manchi da morire, che manchi da fare male.

Un giorno mio fratello mi ha raccontato una storia. Mi ha raccontato che, durante un periodo particolarmente difficile della sua vita, ti ha chiamato. Ti ha detto che si sentiva perso e che aveva bisogno di un segnale, un segnale che gli facesse capire che c’eri e vegliavi su di lui. Pochi secondi dopo ha visto passare per strada una vecchia Rover verde tre volumi, di quelle che ormai in giro non si vedono più. Identica a quella che avevi tu.

Da quando mi ha raccontato quella storia mi è capitato spesso di chiamarti chiedendoti la stessa cosa. Un segnale. Ti chiedo di rassicurarmi che andrà tutto bene, di non avere paura. Ma quel segnale non arriva mai. Forse perché stupidamente sono convinto che debba essere lo stesso che hai mandato a mio fratello. Così corro disperato fra le macchine della Garbatella e guardo tutte le macchine, e quando non trovo quella Rover verde studio tutte le targhe e cerco un algoritmo, un modo di sommare i fattori che mi riconduca a te.

C’è una targa LD? Se sommo le cifre della targa viene 13 maggio? O 20 gennaio?

A volte mi piacerebbe credere in Dio solo per illudermi che un giorno possa rivederti e tirare i sassi in un fiume insieme a te, commentando le stronzate che scrivo su questo blog e altrove, con te che mi elenchi tutte le volte in cui hai provato a farti sentire e io non l’ho notato. Mi prenderesti in giro e io, ora, saprei ridere di me.

Altre volte vorrei più semplicemente che non te ne fossi mai andato. Vorrei avere di nuovo l’occasione di litigare con te, nasconderti l’alito che puzza di birra o farmi rimproverare quando tratto male mia madre. Mi piacerebbe, soprattutto, farti conoscere le persone a cui voglio bene, le ragazze che amo e ho amato, far stringere loro la tua mano e dirgli questo è Luigi, mio padre, in tutta la sua straordinaria, provinciale, irritante, meravigliosa, mediocre imperfezione.

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