Non ora, non qui.

Pic: Andreas Kopriva.

Tu non cantavi mai la sera, non cantavi mai
tu non cantavi mai la sera
non cantavi mai

Arrivo a Larnaca alle otto di sera e un bus in ritardo di un quarto d’ora mi porta al phinikoudes. L’autista insulta in greco i pedoni che attraversano la strada troppo lentamente, mi chiede di dove sono, mi parla in greco, non capisco ma prima di uscire gli stringo la mano. Il phinikoudes è un lungomare pulito e accattivante ma pieno di turisti. Cerco un ristorante segnalato su wikitravel, pare faccia la miglior sheftalia di Larnaca e sia frequentato solo da locali. Lo trovo con un po’ di fatica, è un postaccio con infissi in plastica argentea gestito da due ciprioti sovrappeso e stempiati. Mi siedo e ordino. Il più grasso dei due mi parla in un inglese stentato. Mi chiede se voglio una Carlsberg o una Keo, la birra locale. Vada per la birra locale, dico. Mi chiede di dove sono. Gli rispondo che sono di Roma. Berlusconi, Milan, mi dice. Io sorrido e dissimulo. Penso che se me l’avesse detto qualsiasi altra persona al mondo, in qualsiasi altro posto, mi avrebbe dato fastidio, ma no, non ora non qui. La sheftalia è una specie di pita bruscata piena di pomodori, cipolle crude, prezzemolo e polpette dal contenuto non meglio definito. Fa schifo, ma la mangio. Leggo June rain, romanzo di un autore libanese che ho comprato in aeroporto perché ho finito il libro di McCarthy che mi ero portato. Sono alle prime pagine. C’è un personaggio che Studio Aperto definirebbe una “madre coraggio”. Che porta suo figlio in aeroporto per sfuggire alla guerra civile ed è così concentrata a fare in modo che gli vada tutto liscio che non ha neanche il tempo di versare una lacrima. Mi viene da piangere. Per il tormento che mi porto dentro negli ultimi mesi. Le case che vanno e vengono, appaiono e spariscono come in un sadico gioco delle tre carte. Un futuro che se n’è andato e altri futuri che mi sorridono nei loro occhi languidi, e mi dicono di venirgli incontro, di imparare a conoscerli e amarli, come se fosse facile, come se fosse facile non avere più paura, come se a ogni inizio potessi davvero dimenticare tutto ciò che è successo nel futuro precedente. E tra quei futuri sceglierne uno, quello in cui si nasconde la promessa che mi aveva fatto Cristiana, quella che un giorno avrò una casa in cui essere sempre felice. Chiedo il conto, pago, mi incammino sul phinikoudes con il trolley al seguito e poi mi stendo sul muretto che costeggia il mare a guardare uno dei cieli più stellati di sempre. In un’altra vita ci sarebbe un sacco di tempo per essere infelici. In un’altra vita potrei perfino concedermi il lusso di scrivere una poesia, ma no, non ora non qui.

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