Una vita bellissima

Pic: Gipi.

La sveglia suona alle sette e venti ma la rinvio quattro o cinque volte e quando mi alzo dal letto sono le otto passate. Mi lavo le ascelle, indosso i vestiti del giorno prima e mentre mi sciacquo la faccia scoppio a piangere. “Mi faccio un pianterello,” come diceva mio padre. Lo diceva come se si trattasse di una birra o di un kebab, e forse è davvero così. Forse il dolore è sopravvalutato. Mi fiondo fuori casa.

Faccio una vita bellissima.

Sento un dolore al fianco, in alto a destra. È il fegato. È un cancro, sono sicuro. Oppure una cirrosi epatica. Bevo troppo. Guardo su internet: la cirrosi epatica colpisce fra i quaranta e i sessanta. No, non è cirrosi epatica; è un cancro. In fondo anche mio padre è morto di cancro al fegato. Sono geneticamente predisposto. Telefono a mia madre per dirle che ho un tumore in fase terminale, che presto morirò e volevo salutarla. Lei mi dice di piantarla, che sono tutte stupidaggini. Che il cancro al fegato mica dà dolore. Che neanche papà sentiva dolore. Per questo lo chiamano tumore silenzioso. Ci credo per tre o quattro secondi. Tutte stronzate, mia madre mica è un medico. Non distingue un antistaminico da uno sciroppo per la tosse. Attacco, mi tasto ancora. Aspetta, forse non è il fegato. È più indietro. O forse più in basso. No, non è il fegato. Sì, è il fegato. Ho un cancro.

Faccio una vita bellissima. Se non sono felice io, chi lo è?

Arrivo a stazione Trastevere, il treno è in ritardo di dieci minuti. Vado al bar e prendo un cappuccino con un cacao che non ho mai chiesto e un cornetto semplice. Guardo le istruzioni del cornetto: composizione del prodotto 70% burro, 25% strutto, 5% acrilico. Lavare in acqua fredda e consumarsi preferibilmente entro. Quando arrivo al binario mi guardo intorno alla ricerca di colleghi. Ormai sono diventato un maestro nell’evitare le persone che non voglio incontrare e le loro domande tutte uguali. Cosa hai fatto questo weekend, cosa fai il prossimo, su cosa stai lavorando, quando scade il tuo contratto, viaggi molto per lavoro. Domande tutte uguali per persone tutte uguali: puntuali al lavoro, forte accento straniero, mezzi pubblici, alcol la sera, tre anni a Roma e non parlano una parola di italiano.

Faccio una vita bellissima. Adesso mi ammazzo.

Mi butto sotto al treno. Non il regionale, però; il Leonardo. È più veloce. Con il regionale rischio di farmi stritolare lentamente fra le rotaie, invece voglio una morte rapida e indolore. E poi non è elegante buttarsi sotto un treno in ritardo. Il Leonardo invece corre che è una bellezza e non si ferma a Trastevere, quindi lo beccherei al massimo della velocità. Solo che poi bloccherei la linea per mezza giornata, la gente farebbe tardi al lavoro, molti spenderebbero un sacco di soldi per un taxi, anche se d’altro canto avrebbero una cosa di cui parlare in ufficio. E poi diciamocela tutta, se mi suicido adesso faccio tardi al lavoro e sono già le nove passate. Non c’è bisogno di ammazzarsi. Ci penserà il cancro al fegato.

Faccio una vita bellissima. La sera torno a casa, mi sdraio sul letto e guardo il soffitto.

Se non mi ammazzo prima di mezzogiorno stasera vado al Lanificio. Farò mezz’ora di fila anche con il locale semivuoto perché i proprietari devono farlo sembrare un posto esclusivo. Dovrò vedermela con buttafuori incattiviti che faranno entrare, nell’ordine: (i) i gruppi con il più alto numero di ragazze; (ii) Betani dei The Pills; (iii) le coppie; e infine, solo se non c’è nessun altro in fila, (iv) le comitive di cazzi. Pagherò dieci euro d’ingresso senza consumazione, ascolterò e ballerò svogliato techno di bassissimo livello lanciata da un dj che di elettronica ne sa quanto mia madre, prenderò tre cocktail a dieci euro l’uno facendo finta di non guardare il barman mentre li prepara così non ci metterà apposta poco alcol, fumerò venti sigarette e la serata non potrà dirsi soddisfacente se non finirò sbronzo a biascicare complimenti a una ragazza che non me la darà mai. Poi tornerò a casa in taxi, mi lancerò sul letto e mi sveglierò domani alle tre, nel panico più totale perché non ricorderò niente di ciò che ho detto e fatto dopo le due. Se ho incontrato qualcuno che conosco, se ho fatto figure di merda, se ci ho provato con un’amica, se ho ammazzato qualcuno? Passerò il giorno a spulciare i profili Facebook delle persone che ricordo di aver incontrato. Se mi hanno cancellato dagli amici vuol dire che sono stato inopportuno.

Non mi ha cancellato nessuno. Devo stare tranquillo. Quest’ansia durerà un paio di giorni, poi dimenticherò. Alla gente non importa cosa facciamo, è troppo impegnata a pensare a se stessa. Fra un paio di giorni sarà tutto a posto, tornerà tutto come prima. Basta solo aspettare. Il dolore è sopravvalutato. Passerà anche questa. Passerà anche questa giornata storta in questa vita, questa vita bellissima.

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