Il 25 aprile spiegato ai nostri figli

Gli anniversari degli eventi storici ne ricordano l’importanza alle generazioni presenti – che non li hanno potuti vivere in prima persona – con l’evidente scopo di impartire una lezione derivante dall’esperienza: “i tuoi antenati hanno commesso questi errori: vedi bene di non commetterli anche tu.” Quando poi queste ricorrenze sono associate a una festa, il messaggio dovrebbe passare in maniera ancora più forte: per un giorno smetti di fare ciò che fai e farai per quasi tutta la vita, 8 ore al giorno, 5 giorni su 7 nel migliore dei casi. In Italia ciò accade appena 11 volte l’anno, distribuite più o meno come segue:

  • No. 1 feste necessarie a riprendersi dalla sbronza del giorno prima (1 gennaio);
  • No. 3 feste che ricordano avvenimenti politici importanti della storia italiana o mondiale (festa della Liberazione, primo maggio, festa della Repubblica);
  • No. 7 festività relative all’universo che ruota attorno a un tizio immaginario che, in base ad avvincenti romanzi scritti millemila anni fa, avrebbe fatto delle cose bellissime rigorosamente non comprovabili da prova scientifica alcuna, e se le facesse uguali qualcun altro al giorno d’oggi beccherebbe al limite un paio di prese per il culo su Vice Magazine (Epifania, lunedì di Pasqua, Assunzione di Maria, Ognissanti, Immacolata Concezione, Natale, Santo Stefano).

“Ma anche Crilin ha fatto delle cose bellissime, papà.”
“Lo so figliolo, ma non sconcertanti come quelle che ha fatto Gesù. Gesù ha moltiplicato i pani e i pesci.”
“E Crilin sa fare l’onda Kamehameha!”
“Gesù camminava sulle acque.”
“Be’, Crilin vola!”
“Oh, Gesù guariva i lebbrosi.”
“Crilin ha guarito tante persone sul punto di morte!”
“SENTI STRONZO, NON MI ROMPERE I COGLIONI, GESÙ È RESUSCITATO, VA BENE?”
“CRILIN È RESUSCITATO UN BOTTO DI VOLTE!!!”
“FANCULO, NON C’È NESSUN PAGLIACCIO VESTITO DI BIANCO CHE OGNI SANTA DOMENICA SI AFFACCIA A PIAZZA SAN PIETRO PER PARLARE DI CRILIN, OK?”

(Deal with that.)

Se è riuscita a entrare nell’esclusivissimo club delle festività italiane – dominato dal monopolio di Crilin Gesù Cristo e la sua allegra compagine, a cui fanno riferimento più di due miliardi di persone in tutto il mondo – significa che la liberazione dal nazifascismo fu per l’Italia del tempo un evento d’importanza drammatica, e se la ricordiamo non è solo per portare su un palco ex partigiani paralitici che si pisciano addosso attaccati alla macchina per la dialisi spiegandoci quanto fosse una merda il fascismo, ma proprio perché fra pochi anni quei vecchi paralitici non ci saranno più e noi tutti avremo il dovere morale di spiegare alle persone che abbiamo intorno (e alle generazioni future) come quel periodo storico abbia rappresentato una ferita irreparabile nella storia del nostro paese.

Una ferita che non si esaurisce nel suo semplice essere stata una dittatura – che esiste sotto varie forme anche al giorno d’oggi – ma che trova i suoi risvolti più drammatici nell’aver portato al macello migliaia di Italiani trascinandoli in una guerra scellerata, e soprattutto nell’averlo fatto convincendo tutti – tramite una subdola e vigliacca propaganda – che il nostro paese fosse ancora il solido e battagliero impero di una volta, quando era evidente che il nostro esercito non sarebbe neanche stato in grado di vincere una partita al laser gun contro una classe di terza elementare.

Purtroppo però, la libertà derivante dalla sconfitta del nazifascismo ha avuto anche dei risvolti negativi, cioè permettere a chi è stato fascista di occupare posti in parlamento e in televisione, sparando le proprie sentenze revisioniste davanti a milioni di persone e convincendo alcuni che tutto sommato il regime non era poi così male – cosa molto facile in Italia, un paese che non riesce a smettere di guardare con nostalgia al proprio passato, qualunque esso sia. Queste persone sono molto brave a dribblare la domanda fondamentale che qualsiasi giornalista degno di tal nome dovrebbe rivolgere loro dopo aver ascoltato quei deliri:

LEI È FASCISTA?

Questa gente può essere fascista ma non dichiararsi fascista, e allora risolve il problema con una serie di supercazzole imbarazzanti che convincono i più ignoranti.
“Lei è antifascista?”
“Io non mi identifico nell’anti-qualcosa, piuttosto nel pro-qualcos’altro.”
“Ok, quindi possiamo concludere che lei non è anti-pedofilo, ma pro-sesso fra maggiorenni, giusto?”
Fra queste supercazzole la più dannosa è la reductio ad comunismum, cioè identificare il 25 aprile come una sorta di partita del cuore “comunisti vs. fascisti”. Non si guarda più ai crimini commessi da chi fu giustamente deposto, ma a ogni cosa negativa che gira intorno a chi ha avuto il merito di deporlo: quanto comunisti fossero i partigiani e quanti crimini efferati abbiano commesso anche loro, quanto in realtà a liberare l’Italia siano stati gli Stati Uniti, quanto orribile sia stata la fine che ha fatto Mussolini, un essere umano.

Questa miopia trova la sua consacrazione nell’abuso della parola “libertà”, una libertà in qualche modo diversa da quella favorita dalla Liberazione, una sedicente libertà di “pensare ciò che si vuole” anche quando è idiota o ancora peggio irresponsabile. Ed ecco che quindi i veri paladini della libertà sono loro, con il loro becero pensiero revisionista, e i veri fascisti sono quelli che gli impediscono di manifestarlo, come spiegò l’ottimo Luca Pisapia in un post sul caso Di Canio di un anno fa:

In un giorno di aprile dell’anno di grazia 2013, il termine fascista perde ogni riferimento storico e diventa sinonimo di arrogante e intollerante, ma solo per dipingere l’antifascista che si oppone al fascismo, o chi cerca di storicizzare e inquadrare la parola nella sua giusta dimensione. Il corto circuito semantico è al suo apice: il fascista è chi non permette a una persona di essere libera di fare apologia del fascismo.

In futuro tutti saremo probabilmente in grado di spiegare ai nostri figli i danni clamorosi perpetrati all’Italia dai governi Berlusconi o dai dischi de Lo Stato Sociale; a questo punto il prossimo passo è assicurarci di essere in grado di spiegar loro quanto sia stato importante per tutti (l’Italia dell’epoca, noi, loro) aver deposto e appeso a piazzale Loreto Benito Mussolini.

È un concetto difficile da capire per molte persone, e si riassume in una parola: responsabilità.

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