A ciascuno il suo: due parole serie su Vasco Brondi

Tutte le foto di Ilaria Magliocchetti Lombi.

Di Vasco Brondi, aka Le luci della centrale elettrica, ho parlato più volte in passato, quasi sempre in toni sarcastici. Diciamoci la verità: il ragazzo si presta facilmente alle prese in giro, e per circa quattro o cinque secondi la cosa è stata anche divertente.

Con Costellazioni il cantautore ferrarese è giunto al suo quarto LP – e da vincitore, data la sua crescente popolarità. Che ci piaccia o no, in un’ipotetica playlist di “questi cazzo di anni zero” italiani, uno spazio lo meriterebbe di sicuro; per questo motivo credo che ci sia bisogno di una riflessione più posata e approfondita sul fenomeno, perché di critiche feroci ne abbiamo già lette in abbondanza (Blow Up, Rolling Stone e Yes I am Drowning!, solo per citarne alcuni).

A mio parere il maggior problema de Le luci della centrale elettrica è la sua produzione, ben più vasta di quanto consenta il suo modo di fare musica senza far giungere parte del suo pubblico al livello di saturazione. Brondi, fra i musicisti indipendenti contemporanei – dove per “indipendenti” intendo tutto ciò che è sotto Francesco Renga – vanta il pubblico di gran lunga più numeroso: questo pubblico ha fame di nuove release e La Tempesta è comprensibilmente felice di accontentarlo. Ma quattro dischi e un EP in sette anni sono francamente troppi per un musicista che di base canta sempre lo stesso pezzo. Intendiamoci, non sta scritto da nessuna parte che un cantautore debba calcare terreni sempre diversi, e infatti molti dei più grandi (e.g.: Guccini) non brillano certo per eterogeneità della produzione musicale. Lo stesso vale per gli esponenti del cosiddetto “nuovo cantautorato italiano” – Dente e i suoi calembour, Brunori SAS e la sua degregorietà rinogaetaneggiante – fra cui forse solo I Cani sono stati in grado di evolvere un minimo la propria proposta, sia dal punto di vista contenutistico che da quello musicale (sul quale si poteva lavorare tanto e si potrà lavorare ancora).

Il problema, insomma, non è che Brondi sia ripetitivo: è che sia proprio lui a essere ripetitivo. Se le sue fossero canzoni classiche, ordinarie e derivative potrebbe tranquillamente mettere in piedi una discografia a due cifre senza che nessuno possa arrogarsi il diritto di dire “a”. Ma le canzoni de Le luci della centrale elettrica sono diventate popolari proprio per la loro cifra stilistica inconfondibile, fatta di elenchi sterminati di metafore da provincia meccanica, suggestioni dadaiste e citazionismo spinto, il tutto immerso in un maliconico, vago e indiretto sentore di sinistra da cooperativa emiliana della quale pare che tutti oggi abbiano paura di parlare (e personalmente ne sento una dannata mancanza).

Pochi, fino a qualche tempo fa, esigevano un senso dai pezzi del cantautore ferrarese: la sua è una musica umorale e profonda, da manierista della decadenza, volta – più che a definire messaggi – a evocare immagini, alcune delle quali estremamente azzeccate e suggestive (“farò rifare l’asfalto per quando tornerai”), e altre che paiono esplorazioni nonsense francamente fini a se stesse (“benedirci in chiese chiuse e in farmacie compiacenti”: cosa cazzo sono le farmacie compiacenti?). Capirete pure voi che un progetto del genere non si può portare avanti per cinque album senza che qualcuno a un certo punto inizi a chiedersi “sì ok, ma che vuol dire? Le immagini belle le trovi sparando nel mucchio oppure c’è un disegno dietro? E se sì, qual è questo disegno?”

Scrivere testi (a tratti) incomprensibili non è un delitto: i Verdena lo fanno da quindici anni e pochissimi li hanno attaccati per questo, o quantomeno non con la grottesca veemenza che si riserva a Brondi, derivante in parte dal fatto che è diventato famoso nell’era dei social network, in cui ognuno ha la necessità di esprimere – anzi gridare – opinioni banali, standardizzate e pronte all’uso. C’è da dire però che Alberto Ferrari ammette candidamente di scrivere esclusivamente in funzione della melodia e della musica, senza quindi voler trasmettere un significato preciso, mentre Vasco Brondi tenta di dare delle spiegazioni a volte arrancanti di ciò che intende (se ammettesse che per la maggior parte si tratta di semplici suggestioni risulterebbe molto più credibile). Inoltre i pezzi dei Verdena possono vantare una caratura musicale di gran lunga maggiore rispetto a quella de Le luci della centrale elettrica, unita a una fame di sperimentazione che fa sì che ogni disco sia diverso dal precedente, senza tener conto di ciò che i fan si aspettano da loro, e questo li rende – se non il migliore – il gruppo italiano degno di maggior stima, in un’epoca in cui si organizzano festival recanti il nome di un album (quasi auto) proclamatosi “il disco rock italiano più importante degli ultimi vent’anni” (Tabula rasa elettrificata si starà rivoltando nella tomba) seguiti casualmente da una riedizione dello stesso album a diciassette anni (diciassette) dalla sua uscita e un tour in cui si ripropongono i pezzi ivi contenuti (€€€).

(A scanso di equivoci e per i lettori più stupidi: amo gli Afterhours e Hai paura del buio? in particolare. Ciò naturalmente non m’impedisce di avere un’opinione in merito all’iniziativa, opinione che peraltro sarebbe stata del tutto positiva se il leit motiv del progetto non fosse stato “rilanciamo la cultura”. Ma questa è un’altra storia.)

Ho divagato. Dicevo che l’eccessiva produzione musicale di Brondi ha messo in evidenza i limiti delle sue canzoni, e con il parallelo aumento della sua popolarità è cresciuto il numero di detrattori, che gli chiedono di rendere conto del significato dei suoi testi e del vuoto contenutistico che vi leggono, con un unico sostanziale messaggio di fondo: basta, Vasco. Dovresti evolverti.

Ora, non so voi, ma io personalmente nei suoi dischi non ho mai visto un artista dalle potenzialità sconfinate e con un grande margine di crescita, come poteva essere il Morgan di Acidi e basi (indipendentemente dalla sconfortante parabola discendente che ha intrapreso in seguito); piuttosto ho avuto l’impressione di un cantautore che sapeva fare una cosa sola e la faceva molto bene. Non è un dramma, anche Rino Gaetano era così. Non credo di sollevare troppe obiezioni se dico che i mezzi tecnici di Brondi sono limitati sia dal punto di vista musicale che vocale; con grande talento, però, questo ragazzo è riuscito a trovare la dimensione compositiva più adatta a tali mezzi e alle sensazioni che vuole esprimere, il che – ahimé – nello specifico si concretizza in tre accordi e una voce a metà fra il parlato e l’urlato.

Costellazioni sembra proprio una risposta a chi gli chiede di fare qualcosa di diverso. Ci sono addirittura dei pezzi in cui canta (canta, Cristo di un Dio!, canta!) e fa quasi tenerezza sentirlo arrancare sulle note più alte di Macbeth nella nebbia, infilare a forza più parole possibile nel ritornello di Ti vendi bene – che malgrado ciò è un gran bel pezzo, senza dubbio il migliore del disco – o elaborare basi che sembrano fatte con i loop hip hop di Garage Band (Questo scontro tranquillo). Allo stesso modo è evidente come Vasco sia molto più a suo agio nei pezzi in linea con il suo passato (il singolo promozionale I destini generali, l’opening track), il che mi porta a concludere che non c’è malizia né paraculaggine in ciò che fa: lui davvero sa scrivere solo così (per sua stessa ammissione). Le sue canzoni tutte uguali sono le uniche che è in grado di comporre, e questo potrà pure far cadere le braccia, ma lo rende uno dei cantautori più drammaticamente onesti in circolazione.

La critica italiana da sempre riserva un’attenzione spasmodica alle lyrics, quasi fossero l’unico aspetto importante di una canzone. E quando parliamo dei testi de Le luci della centrale elettrica è comprensibile che questa attenzione raggiunga livelli patologici, anche perché dal punto di vista musicale Brondi ha ben poco da offrire. Ma se l’insensatezza delle sue parole vi infastidisce, be’, avete fior fior di cantautori a disposizione che scrivono testi splendidi e dal significato molto chiaro. Andate a sentire Daniele Silvestri se risponde di più alle vostre esigenze, ma non chiedete a Brondi di fare Daniele Silvestri, prima di tutto perché non è in grado di farlo, e in secondo luogo perché non è tenuto a farlo. Prendete ciò che può darvi – e non è poco – e apprezzatelo, eventualmente, per quello.

In fondo a nessuno verrebbe in mente di esigere che Portanova del Genoa faccia le veroniche come Leo Messi, no?
“A ciascuno il suo”, diceva uno che ne sapeva un bel po’ più di tutti noi.
“Ai tramonti nucleari di questa cazzo di autostrada fra i tuoi capelli dove le vecchie fanno la spesa in mondovisione,” aggiungerebbe probabilmente Vasco Brondi.

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