In difesa de “La grande bellezza”

La grande bellezza di Paolo Sorrentino ha appena vinto l’Oscar come miglior film straniero e in Italia già impazzano le critiche, perché da queste parti non possiamo semplicemente esprimere soddisfazione per il fatto che una pellicola italiana vinca il più importante premio al mondo in materia di cinema, ma dobbiamo per forza fare la corsa a chi ce l’ha più grosso nel far sapere al mondo che no, secondo noi non lo meritava.

Il problema non è se La grande bellezza sia bello o brutto: il problema sorge nel momento in cui persone che di cinema sanno poco e niente – spesso semplici fruitori della settima arte – si permettono di condannare scelte fatte dall’Academy of Motion Picture Arts and Sciences, che annovera fra i membri gente come Wes Anderson e Christoph Waltz, non esattamente pizza e fichi. Com’è che si dice? Se il paese fosse governato da barbieri e tassisti tutto funzionerebbe al meglio (Grillo docet).

Ciò naturalmente non vuol dire che chi non fa cinema non possa esprimere un parere, ma è necessario separare il proprio gusto personale – soggettivo per natura – dal valore artistico di un film, che ha almeno un certo margine di oggettività. Il film di Sorrentino vi pare noioso? Bene, legittimo. A me Carlito’s way ha fatto schifo, ma non mi sognerei mai di bollarlo come prodotto infimo. Reputo Avatar un film pessimo (come peraltro tutti quelli di James “scrivo una sceneggiatura del cazzo tanto con 300 miliardi di dollari di budget ci butto dentro tanti di quegli effetti speciali che pochi ci faranno caso” Cameron, se si esclude Terminator), ma riconosco che nel momento in cui è uscito aveva una certa importanza, almeno dal punto di vista tecnico.

Proprio Avatar mi dà lo spunto per una riflessione sull’obiettiva opinabilità del premio Oscar. Il Pocahontas in 3D di Cameron ha vinto 3 statuette (fortunatamente tutte tecniche) ed è stato nominato in 9 categorie, inclusa quella per il miglior film. Titanic – per restare in tema James “giro tutto in una stanza chiusa e la computer grafica lavorerà per me” Cameron – ha vinto il premio di miglior film ed è la pellicola con più statuette della storia insieme a Ben Hur e Il ritorno del re. Possiamo quindi concludere che, se in alcuni casi gli Oscar vanno a film di indubbia qualità come Argo, American Beauty o Le vite degli altri, in altri seguono una logica diversa, spesso la significatività della pellicola per il momento storico e il modo in cui è stata realizzata. Possiamo essere d’accordo o no, ma è così. Se non siamo d’accordo dobbiamo boicottare gli Oscar in generale e non solo quando premiano film che non ci piacciono; ma se siamo d’accordo dobbiamo rivedere il nostro concetto di “Oscar meritato” e non possiamo negare che La grande bellezza abbia una certa importanza.

Ce l’ha perché è importante che un regista italiano talentuoso e relativamente giovane abbia riportato all’attenzione della critica internazionale il cinema italiano, che ha fatto scuola fino agli anni ’70 e da lì in poi non è stato in grado di produrre un film in grado di concorrere anche solo alla nomination per “miglior film da guardare con una benda sugli occhi e l’audio dei camion dell’AMA mentre vuotano i secchioni sulla Merulana” ai Discarica di Malagrotta Awards (La vita è bella escluso). Non è un caso che si gridi al miracolo per Smetto quando voglio, che per carità è carino e piacevole ma è quanto di più derivativo si sia visto sui nostri schermi dai tempi di A/R: andata e ritorno.

Intendiamoci, non sono un fanatico de La grande bellezza. Lo trovo incompleto per certi versi e stirato per altri (lo spiegone finale su tutto), e se La Vie d’Adèle avesse avuto l’opportunità di concorrere, campanilismo a parte avrei tifato per quello. Ma la maggior parte delle critiche rivolte al film di Sorrentino mi fa venire il voltastomaco. Chi lo stronca per andare controcorrente a tutti i costi non merita neanche la mia considerazione; è invece chi sostiene che sia un film puramente estetico e senza trama – cioè il novanta percento dei detrattori – che mi fa seriamente dubitare dello spirito critico degli Italiani.

Guarda un po’, La grande bellezza è un film estetico a partire dal titolo. Racconta un’estetica a due facce: quella di Roma e il suo vuoto splendore e quella di una certa intelligencija che l’abita, altrettanto impattante dal punto di vista visivo e vuota da quello personale, e per raccontarla è giustamente girato in modo estetico ed edonista. Criticare La grande bellezza perché “Sorrentino non fa altro che mostrare quant’è bravo con la cinepresa” è come criticare un porno di Brazzers perché ti fa venire voglia di masturbarti: non ha senso, perché il senso è proprio quello.

Sull’assenza di trama il discorso è molto simile. L’estetica raccontata da Sorrentino è fine a se stessa e si protrae identica giorno dopo giorno, sfociando quindi in un immobilismo, ancora una volta a due facce, sempre le stesse due: quella di Roma, una città che vive del suo passato e per questo è sempre uguale a se stessa, e quella di Jep Gambardella e compagni (ancorato lui al suo passato, così come Roma), che vivono una serie di giornate tutte inutilmente uguali, con una prospettiva che non va mai oltre l’alba del giorno dopo. Non a caso non si può dire con certezza se dall’inizio alla fine del film siano passate due settimane, sei mesi o anni.

Non c’è trama, perché Roma non ha trama, è una città bloccata in un eterno presente con lo sguardo sempre volto indietro. A molti sembrerà poco, a me pare un messaggio forte, di un’amarezza sconfortante.

Poi c’è chi critica il film perché “non è altro che una brutta copia de La dolce vita“. Be’, se i criteri per giudicare la validità di una pellicola fossero questi dovremmo aver buttato Tarantino nel cesso già da un pezzo. Da che mondo è mondo nell’arte si rielabora, si cita, si adatta: è una cosa perfettamente legittima se non ti chiami Daniele Luttazzi, e se il film di Sorrentino non sfiora nemmeno i livelli di quello di Fellini non vuol dire che il suo valore assoluto sia infimo.

Infine c’è chi sostiene che La grande bellezza non faccia altro che perpetrare la visione negativa dell’Italia all’estero, secondo un meccanismo logico molto simile a quello di Berlusconi quando critica Gomorra perché “l’Italia non è solo mafia”. Oh, ragazzi, io a Roma ci sono nato e ci ho vissuto la quasi totalità della mia vita: è così, al punto che mi sorprende che questa rappresentazione venga da un non-romano. La gente che Sorrentino descrive nel film esiste, ed è così. Certo, non è così tutta la borghesia progressista, ma non mi pare che dal film si evinca una prospettiva così generalizzante, anzi: si ha la netta impressione di trovarsi di fronte a un nucleo di persone piuttosto ristretto, che non credo sia poi così diverso all’estero (e forse per questo ottiene tanto riscontro internazionale). Personalmente mi sento molto più offeso dagli intollerabili e desolanti cliché di To Rome with love di Woody Allen, cui auguro di assistere presto alla proiezione di un film che parli di quanto sono spilorci gli ebrei.

Un’ultima parola merita (ma anche no) chi, non sapendo più a quale treno attaccarsi, si è scagliato contro il discorso di Sorrentino alla cerimonia, quando ha ringraziato le sue “fonti d’ispirazione” Fellini, i Talking Heads, Scorsese e Maradona, definendolo “una pagliacciata”. Be’, viviamo in un’epoca in cui il pop la fa da padrone su tutto e criticare chi fa riferimenti pop – anche se moralmente discutibili come El Pibe – mi sembra del tutto fuori dal tempo. L’ha fatto lui, lo faremmo tutti noi, è senz’altro meglio delle solite banalità ingessate, anzi: citare Maradona mi è parso molto onesto. Andate a Napoli, fermate il primo capellone con l’orecchino che passa e ditegli che non deve andare in giro a dire che Diego è un suo punto di riferimento. Poi mandatemi il referto medico.

Il problema è sempre il solito, in Italia ragioniamo a slogan, e questi slogan vanno da “Toni Servillo è un attore straordinario” a “La grande bellezza è una merda”, ma è indecente che in occasione di un evento così positivo per il nostro paese, dopo i brutali tagli alla cultura da parte dei governi di qualsiasi colore, in pochi abbiano il buon senso di riflettere su un aspetto sostanziale: che è una fortuna che in Italia ci sia gente che fa film così.

Ve lo meritate, Alberto Sordi.

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