Nove anni pieni di rose

Pic: Choucism.

Ogni venti gennaio verso le sei del pomeriggio c’è la messa per mio padre.

Quel giorno cerco di vestirmi un po’ meglio e di essere puntuale perché mamma ci tiene. Siamo sempre in pochi: mia madre, noi figli, i miei zii, quando capita un paio di cugini. Mia madre la chiama così, “la messa per papà”, ma non è una vera messa per mio padre. È una messa normale, e c’è sempre una ventina di altre persone, perché la gente a messa c’è sempre.

Dopo un paio di chiacchiere a piazza Beata Vergine del Carmelo entriamo in silenzio in quella chiesa bianca e troppo moderna, con gli alti soffitti in pietra, le voci che fanno eco e l’altare che sembra messo su un palcoscenico. Mi fa effetto vederla mezza vuota, non come quel giorno che scoppiava di gente e la bara era davanti all’altare, in mezzo alle file di banchi, con tutti quei fiori sopra.

Quel giorno che era un nuovo inizio, quel giorno che non riuscivo a pensare a niente, quel giorno che “e adesso?”

“La messa per papà”, dice mia madre, ma in realtà è una messa normale, solo che quando il prete dice “ricordati dei nostri fratelli che si sono addormentati nella speranza della resurrezione”, poi aggiunge sempre due o tre nomi e uno di questi è quello di papà. Forse mia madre paga per questo. Per sentire il suo nome. Ma sta di fatto che nel momento in cui il prete dice “Luigi”, tutti noi scoppiamo a piangere, immediatamente, di un pianto silenzioso e dimesso che ti stringe gli occhi e ti fa guardare in basso con le braccia conserte.

Non so perché piango. Il nome di mio padre non mi fa più piangere da anni. Ci sono tante altre circostanze in cui lo sento pronunciare ma non mi fa mai lo stesso effetto.

Dopo la messa usciamo, andiamo a prendere un succo di frutta nel bar dall’altra parte della strada, facciamo battute per non pensare, sembra quasi che non sia successo nulla e la messa per papà non ci sia stata, ma in realtà ci sentiamo goffi e fuori posto ogni volta che ridiamo. Mia madre prova a sorridere ma quello che pensa davvero lo capisco quando la vedo girare il cucchiaino nel caffè con lo sguardo perso nel vuoto.

Poi lasciamo il bar e ci salutiamo. Entriamo in macchina e ci buttiamo nel traffico in attesa di tornare a casa, in attesa di un pasto caldo, un programma in tv che ci faccia sembrare questo venti gennaio un giorno come tutti gli altri, in attesa di infilare il pigiama e metterci a dormire perché fra qualche ora anche questo venti gennaio se ne sarà andato, e sono nove.

In attesa di un altro anno pieno di rose e di un altro maledetto venti gennaio. In attesa di un’altra occasione per ricordarti. In attesa di combattere un’altra volta per un ricordo che diventa via via più flebile.

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