il caso che.

di cloe

erano passati due anni esatti e forse era destino. non siamo mai stati normali. forse gli altri sì, ma noi no. non facevamo l’amore da un po’ e questo ci faceva arrabbiare, però ogni volta ci salutavamo stanchi e pensavamo che forse in qualche modo sarebbe tornato tutto come prima. ma non cambiava mai niente e non eravamo più felici come quella sera che io avevo la maglietta rosa.
così quel giorno ti chiamai e ti dissi: – tesoro, è il caso che. è il caso che parliamo.
mentre venivo da te non pensavo a niente. sono restata in silenzio sull’autobus, poi ti ho citofonato e mi ricordo che la tua voce era metallica quando hai detto: – scendo.
ci siamo seduti sulle scale, io non indossavo la maglietta rosa ma un vestito verde un po’ largo. mangiavo poco in quel periodo. guardavo dall’altra parte e ti ho dato quel fumetto. era un regalo, te lo dovevo dare da tempo. tu lo sfogliavi piano concentrandoti su ogni disegno e a ogni pagina piangevi. magari non era un gran che ma mi muoveva qualcosa dentro, specie quel punto in cui diceva che faceva tanto freddo.
pensai che ti piaceva anche se noi eravamo diventati bui, stanchi e brutti.
– tesoro, forse è il caso che. è il caso che ci lasciamo.
tu rimanevi in silenzio e guardavi le macchine passare. poi hai detto che quando ci si lascia c’è sempre quel momento in cui chi è lasciato resta in silenzio e chi lascia non sa che dire. e hai detto che quel momento ti imbarazzava tanto. e che potevo andare. e che dovevo, andare.
poi sono tornata piangendo verso la fermata dell’autobus. tu mi hai chiamata e mi hai detto di tornare da te perché stavi male. quindi citofono di nuovo, tu che apri la porta senza parlare, minuti interminabili sul letto e il mio vestito verde, bagnato, un po’ largo.
mangiavo poco in quel periodo.

photo/jorris martinez

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