Simply

“Pronto?”
“Ciao, dove sei?”
“Sto aspettando il treno.”
“Ah, ok. Senti, puoi passare al Simply a prendere le tagliatelle?”
“Va bene. Tagliatelle e basta?”
“Fammi pensare… anche un po’ di prezzemolo.”
“Ok.”
“A dopo allora.”
“A dopo.”

Entro al Simply e prendo un carrello perché so che alla fine non comprerò solo le tagliatelle. Succede sempre così. Infatti mi fermo subito al banco della frutta e prendo un chilo d’uva in offerta e due insalate in busta. Poi un litro di latte, chinandomi per raggiungere quello con la scadenza più lontana, un pacco di gocciole e mezzo filone di pane di Lariano.
Quando arrivo al banco frigo mi sento disorientato. Mi mettono sempre in crisi i posti in cui c’è tanta roba: librerie, supermercati, grandi magazzini. Sarà una deformazione professionale da economista, ma mi mette ansia non avere un’informazione perfetta su ciò che acquisto, essere cosciente che probabilmente, in mezzo a tutte quelle confezioni colorate, c’è qualcosa che desidero davvero e vorrei comprare, ma non lo farò perché non ho tempo di spulciare tutti i banchi.

“Sai, l’altro giorno stavo mettendo a posto delle scartoffie e ho trovato dei miei vecchi racconti.”
“Ah.”
“È stato buffo. È tanto tempo che non scrivo ormai.”
“Eh.”
“Da quando è nato Gabriele, poi.”
“Certo, abbiamo tutti meno tempo.”
“Sì, lo so che abbiamo tutti meno tempo, non c’è bisogno di specificare.”

Davanti a me ho due pacchi di pasta di marche diverse. Una confezione è verde con un piccolo cerchio trasparente che lascia intravedere le tagliatelle disposte ordinate, parallele. L’altro è tutto trasparente e le tagliatelle sono ammassate in modo casuale. Mi piacerebbe uno di quei pacchi in cui la pasta è disposta a nido, mi mettono tranquillità.
Inforco gli occhiali e analizzo le due confezioni: peso, data di scadenza, provenienza, marca. Poi guardo i tasselli con i prezzi e cerco di fare una proporzione mentale fra costo e peso, per capire quale pacco di tagliatelle ha il miglior rapporto quantità/prezzo.

“Comunque così, per curiosità, ho mandato un paio di racconti a Chiara.”
“Chiara chi?”
“Quella dello studio legale. A tempo perso organizza eventi, spesso anche reading.”
“Ah, sì.”
“Be’, mi ha detto che non sono male.”
“Bene.”
“E che la prossima settimana organizza un evento a Rimini. Dice che le piacerebbe che andassi e ne leggessi un paio. Sarebbe carino, no?”
“A Rimini?”
“Sì. Dovrei andare sabato mattina e tornerei domenica sera.”
“Uhm.”
“Ti andrebbe di venire?”
“No, non posso. Chi ci pensa a Gabriele?”
“Possiamo lasciarlo a mia madre.”
“No, non mi va.”
“È solo per un giorno.”
“Dio, come fai a essere così egoista.”

Nel momento in cui concludo che il pacco di pasta più conveniente è quello trasparente ho uno svarione. Un attacco di panico, credo. Mi manca il respiro, mi sembra di non riuscire a fare respiri profondi e completi. Mi gira la testa e le confezioni di biscotti che ho alle spalle mi sembrano irreali, paiono attaccate come post-it su un mondo bidimensionale, ho la sensazione di non essere qui e di guardarmi dall’esterno. So che non ho nessun sintomo preciso, solo una generica sensazione di malessere, e per questo non so come uscirne. Mi appoggio al banco del pane, una signora mi chiede se va tutto bene, le rispondo che non c’è problema, prendo una bottiglia di succo di frutta, la apro, bevo un sorso e mi sento meglio.

“Non scrivo più da una vita. Saranno dieci anni ormai. Ti ricordi?”
“Sì, mi ricordo.”
“Tu leggevi sempre i miei racconti e mi davi pareri. Mi dicevi che non sapevo fare le descrizioni e per questo le evitavo.”
“Era vero.”
“Ho smesso di scrivere perché non mi dava il pane. E ora che ho un lavoro noioso che mi dà il pane, non ho il tempo.”
“Con un figlio piccolo è normale.”
“Però mi dispiace.”
“Vai a Rimini.”
“Hai cambiato idea?”
“Se ti fa sentire meglio.”
“Non è che mi fa sentire meglio, è una cosa che mi piacerebbe fare.”
“E allora falla.”
“Mi piacerebbe che venissi con me.”
“Non succederà.”
“O almeno che prendessi la notizia con più gioia.”
“Non è facile, perché mentre tu vai a leggere i raccontini a Rimini io dovrò fare il doppio della fatica con Gabriele.”
Raccontini?”
“Sì. Hai smesso di scrivere perché non ti dava il pane, hai detto. E sai perché non ti dava il pane? Perché non avevi talento.”

Il cassiere fa bippare le cose che ho comprato e io le infilo frenetico nella busta di carta, avendo cura di mettere in fondo le cose più pesanti.

Quando sta per passare il penultimo articolo
mi schiaccio una mano in fronte
mormoro un “che distratto”
e gli dico “aspetti,
ho la tessera.”

Nel momento esatto in cui dico ho la tessera ho un altro svarione, il Simply attorno a me diventa di gomma, le gambe mi cedono, le voci si fanno ovattate, guardo per un secondo il soffitto a quadroni di compensato e crollo a terra.

Mi risveglio su un sottile letto d’ospedale con le coperte di carta. Ho una flebo nel braccio sinistro e sento i suoni delle macchine vicino a me. La prima cosa che vedo è il volto di mia moglie che mi sorride compassionevole dall’alto mentre mi carezza i capelli, con quell’amore che si risveglia solo nei momenti di shock in una vita fatta di noia. Un lampo d’amore isolato prima di tornare a essere la coppia stanca che siamo.

Non è vero che ho smesso di scrivere. Scrivo ancora. Non impugno la penna, certo, ma il primo lavoro dello scrittore è pensare e io penso un sacco. Ogni sera, prima di addormentarmi, mi invento delle storie. Di rapine andate male, di incontri in ascensore che ti cambiano la vita, di gente che rifiuta la sua vita di addendi, di spesa e di clacson per il brivido sempre nuovo dell’incertezza. Immagino storie che mi ripropongo di scrivere la mattina dopo, ma quando mi sveglio me le sono già scordate o non mi sembrano più un granché.

Guardo un’ultima volta mia moglie, poi chiudo gli occhi, inizio una nuova storia e chiedo ancora un altro po’ di me.

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