FIABE MODERNE: Cappuccetto Rosso by Chuck Palahniuk

Grazie a sprint24.com per la nuova, frocissima grafica del blog, e per l’infinita pazienza nel soddisfare le mie richieste da rompicoglioni.

Perché nessuno scrive più fiabe?

Oddio, qualcuno ne scriverà di certo, ma perché negli anni duemila non è uscita una fiaba con i controcazzi, tipo Alice nel paese delle meraviglie o Hänsel e Gretel? Forse perché non esistono più gli scrittori di una volta, o più probabilmente quelli di oggi preferiscono concentrarsi su altro. Eppure quello della fiaba è un genere letterario nobile per la sua forte carica educativa, che permette a un autore di comunicare un messaggio morale a una persona nel momento più nevralgico della sua vita, vale a dire l’infanzia.

Credo che gli scrittori moderni dovrebbero dedicarsi maggiormente a questo filone letterario: per questo motivo mi sono messo in contatto con i più grandi autori contemporanei e li ho convinti a partecipare a un progetto innovativo: riscrivere le fiabe classiche adattandole ai nostri tempi e al loro stile di scrittura.

Il primo a prestarsi è stato Chuck Palahniuk e ha scelto di riscrivere Cappuccetto Rosso.
Buona lettura!

ciclofrenia.it™ presenta
Fiabe moderne, ep. I
CAPPUCCETTO ROSSO by Chuck Palahniuk

Pic: konachan.com.

INCIPIT.

Ecco dove dovresti essere ora, al caldo da tua nonna a mangiare pasticcini e guardare la tv. Pulirle il culo dalla merda incancrenita che le scivola via dalle chiappe senza soluzione di continuità, e di tanto in tanto infilarle in gola un cucchiaio di quella sbobba verde che mangia perché è l’unica cosa che riesce a mandare giù. Le restano due denti marci e bluastri e quando prova a masticare le gengive scivolano l’una contro l’altra come salsicce unte d’olio.

È una fottuta vecchia decrepita incartapecorita del cazzo, ma tu vorresti stare con lei in questo momento. Vorresti che lei fosse lei.
Vorresti essere ovunque, ma non qui.

Mentre con il braccio destro tenti di raggiungere il cellulare per chiamare soccorso hai la tentazione di guardarti alle spalle ma ti ripeti di non farlo.
Non guardare. Non pensare. Pensa a qualsiasi altra cosa.
Il ragazzino che ti fa la corte a scuola. Il barattolo di Nutella a casa ancora pieno a metà. Il vinile dei Future of the Left che hai appena comprato.

Invece non resisti, volgi lo sguardo e le vedi, là. Le tue gambe maciullate. Dai moncherini si agitano terminazioni nervose impazzite come vermi da esca in una scatola. Il sangue s’infila nelle trame del parquet filtrando fino al piano di sotto, e mentre urli di dolore lo senti impattare contro il pavimento.
Plic. Plic. Plic.

Lo guardi in faccia, il rotto in culo. Ha gli occhi gialli carichi di sangue e mentre mastica la tua carne gli esplodono bolle di pus ai lati della bocca.

Non sai bene come sei finita qui. Non lo sai, o meglio: lo sai ma non vuoi ammetterlo: ci sei finita perché sei una stronza, una fottuta idiota senza rispetto del pericolo.

Se solo fossi stata più prudente.
Ma ora è tardi, troppo tardi.

Guarda un’altra volta indietro, se serve.
Se ti serve a capire che patetico sacco di merda sei diventata.

SEI ORE PRIMA.

Mi chiamo Babsi, ma tutti mi chiamano Cappuccetto Rosso perché indosso sempre questo ridicolo cappellino. Ho cominciato a metterlo due anni fa dopo che mio cugino per gioco mi ha piantato un piccone in testa. Sono sopravvissuta, non so come, ma nel punto del cranio in cui mi ha colpito non mi crescono più i capelli e ogni tanto mi scordo come si chiamano le cose.
Cose elementari, come sedia o specchio. Soggiorno. Blocco note.

Sono le nove del mattino e mentre riempio la tazza di Cheerios e latte intero mia madre è già al secondo gin lemon. Inizia ogni giorno dopo il caffè, dice che il gin lemon la tira su, la consola delle sventure. E ogni volta ha una sventura diversa.
Mio padre che è morto sei anni fa. La migliore amica che ha avuto un aborto spontaneo. Il gatto dei vicini che ci ha pisciato sullo zerbino.
Il gin lemon le ha portato via il fegato, la vescica e la pelle che aveva da giovane, e ogni volta che la vedo prepararsene uno mi ripeto di guardare dall’altra parte.

Non guardare. Non pensare. Pensa a qualsiasi altra cosa.

“Devi andare,” mi dice.
“Dove?”
“Dalla nonna. Le devi portare la loperamide altrimenti si caca addosso in continuazione e si sveglia nella sua merda.”
“Va bene.”
“Fa’ attenzione, Babsi.”
“A cosa?”
“Gira voce che nel bosco giri un lupo cattivo. Un mostro che sbrana le ragazzine stronze e viziate come te. Quindi non dare retta a nessuno.”
“Ok.”
“E togliti quel cazzo di cappuccio.”

Esco di casa. Accendo l’iPod. Infilo le cuffie e faccio partire i Nine Inch Nails.
Mi incammino.

Se nel percorso da casa tua a quella di tua nonna non hai incrociato nessun pericolo ritieniti fortunata. Se non è piovuto malgrado le previsioni del colonnello Giuliacci ti è andata da Dio. Se hai abbandonato il sentiero principale per avventurarti fra serpi, trappole per cervi e radici senza inciampare neanche una volta stampandoti la faccia nei rovi con gli aculei che ti perforano i bulbi oculari lasciando fuoriuscire un liquido bianco sulla sterpaglia, ok, hai parecchio culo.
Ma se poi arrivi a casa di tua nonna e trovi la porta aperta, non ti fai problemi ed entri comunque senza sospettare nulla, be’, amica mia, lasciati dire che finora la sorte ti ha aiutato, ma tu la stai sfidando mica da ridere.

Le pareti sono morbide. Liquide. Si sciolgono al ritmo dei miei passi fondendosi in morbido gelato policromatico.
Mi dirigo verso la stanza di mia nonna.

È sul letto. È messa parecchio male, la vedo più di là che di qua. Ha la bocca spalancata con denti marci e aguzzi da cui cola una bava gialla mista a sangue e rimasugli di omogeneizzato. Nella stanza c’è una puzza di cadavere vecchio una settimana. Sta guardando Affari tuoi, completamente sfatta e deforme.
Prendo i fazzoletti umidificati per pulirle il culo.

“Che occhi grandi che hai.”
“È per guardarti meglio, tesoro mio.”
Non concentrarti sulla puzza.
“Che orecchie grandi che hai.”
“È per sentirti meglio, tesoro mio.”
Pensa ad altro.
“Che bocca grande che hai.”
“È per mangiarti meglio!”

E in quel momento si fionda fuori dal letto con un’energia improvvisata strappandosi di dosso i fili della macchina per la dialisi. Mi blocca la gola conficcandoci le unghie affilate, ed è lì che la guardo negli occhi e capisco che non è mia nonna, ma un mammifero placentato del cazzo appartenente alla famiglia dei canidi.
Per la cronaca, quello che i ragazzini chiamano lupo.

Ho letto da qualche parte che nei momenti di maggior crisi gli esseri umani riescono a tirar fuori, non si sa da dove, un’energia spropositata. E dev’essere più o meno quello che mi succede nel momento in cui trovo la forza di strapparmi dalla presa del lupo liberando dal collo una fontana di sangue rosso vivo che annaffia tutto il soggiorno.
Istinto di sopravvivenza, lo chiamano così.

Corro verso la porta tamponandomi lo squarcio con la mano e il sangue mi cola fra le dita, ma appena uscita dalla camera di mia nonna inciampo su qualcosa e pianto la faccia contro il pavimento spappolandomi il naso come un pomodoro marcio lanciato contro un muro.
Poi sento un dolore caldo alle gambe e urlo. Urlo al punto da strapparmi la gola.

Mi guardo alle spalle e vedo mia nonna, appostata dietro la porta.
Mi ha fatto lo sgambetto, la stronza.

È completamente nuda e la diarrea le scivola via dal culo incanalandosi sulla pelle raggrinzita delle gambe.
E dove dovrebbe esserci la passera ha una verga di venticinque centimetri.
In mano brandisce un’ascia a cui sono ancora attaccate le terminazioni nervose delle mie gambe.
Le gambe. Mia nonna mi ha troncato le gambe.

Non guardare. Non pensare. Pensa a qualsiasi altra cosa.
Le gallette di riso che sgranocchi davanti allo specchio sognando di diventare Mariah Carey. Le ultime puntate di Breaking Bad. Il corso di pilates ogni giovedì sera.

“Ammazza questa figlia di puttana!”

Tento disperata di mettermi in piedi sui moncherini ma scivolo a terra, nonna mi blocca e il lupo mi si scaglia contro, mi dà un morso in pieno volto e mi porta via mezza faccia.
Mi strappa la mandibola.
Lo vedo masticare le mie guance sbriciolando i denti in un misto di sangue, saliva e pus. Senza mandibola le tonsille penzolano a mezz’aria e sento una strana sensazione di fresco. Con gli artigli mi porta via mezza trachea e lo vedo tirarmela via dalla gola come un filo strappato da un maglione di lana.

Se mai uscirò viva da questa storia, la gente guarderà schifata il mio volto a metà, abbasserà lo sguardo incrociandomi in metropolitana, e se mai troverà il coraggio di chiedermi che cosa è successo alla mia faccia potrò dire.
“Se l’è mangiata il lupo.”

In una pozza di sangue, il lupo mi sfonda la cassa toracica con una craniata e mi strappa via i polmoni con i denti. Mia nonna, in ginocchio a terra, mi dà colpi di machete sulle gambe affettandomele in una decina di sanguinose bistecche.
“Stasera carne per tutti!”
Negli ultimi rantoli di vita mi giro sulla pancia e cerco di raggiungere il cellulare che mi è volato via dalle mani.

Se questa fosse una di quelle ridicole storie a lieto fine adesso arriverebbe un figlio di puttana con tanto di mantellino blu a bordo di un cavallo bianco e mi porterebbe in un mondo in cui malgrado il fatto che non ho più mezza faccia, la trachea, i polomoni e le gambe sarei comunque un soggetto socialmente accettabile. Ma questa è cronaca, questo è mondo, questa non è una storia per bambine viziate che giocano con le Barbie.
Questa è vita.

La nebbia mi ruba la vista e sfuma i contorni dell’iPhone. Mi giro l’ultima volta verso i due mostri che pasteggiano con il mio corpo.

Oh, Babsi.
Certo che sei un bel casino, Babsi.
Quando ti ritroveranno, tua madre farà fatica a riconoscerti e non perché sarà al settimo gin lemon.
Quando ti ritroveranno, Babsi, i TG che daranno la notizia sconsiglieranno la visione a un pubblico sensibile, e le parole chiave dei quotidiani saranno “macabro”, “orribile” e “raccapricciante”.
Quando ti ritroveranno, Babsi, sarà tutta una fiera di bei pensieri e ricordi di te, ragazzina martoriata con un piccone in testa e mangiata dal lupo e dalla nonna.

E con il passare degli anni il ricordo che resterà alla gente non sarà quello della dolcissima Cappuccetto Rosso, ma di un ammasso informe di carne lacerata e masticata, e un ristorante cinese pagherà a tua madre l’equivalente di 20 gin lemon per servire il tuo corpo ad affamati clienti borghesi spacciandolo per pollo fritto al limone.

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