Cani.

Pic: pearuhsaurus.

Entro nel locale e mi siedo in un angolo. Pochi minuti dopo mi si avvicina una bionda con la pelle lavata a candeggina.

“Cosa fai qui tutto solo?” mi chiede.
“Scrivo.”
“Sei uno scrittore?”
“No.”
“Allora cosa scrivi?”
“Quello che scrivono tutti.”

La guardo. È carina. Viso passabile e corpo in fase supernova, di quelli che dalla vita in giù sono modelli di portaerei griffati Leg Avenue. Mi dice che non è comune trovare qualcuno che scrive in un locale e le rispondo che la questione non è quanto sia comune scrivere in un locale, ma quanto lo sia farlo in generale. Tutti scrivono perché è il modo più semplice ed economico per farsi belli, non serve alcuno studio né tantomeno talento e infatti quasi nessuno ce l’ha, e poi è facilissimo farsi vedere. Mi risponde che ormai questa prospettiva si può applicare a tutto e in effetti è vero, nessuno fa niente di speciale perché tutti fanno tutto e tutti sono tutto.

A metà serata le chiederò di uscire a fumare, poi la bacerò, me la porterò a casa e le scaricherò dentro una prestazione sessuale ben al di sotto dei limiti della decenza. Perché è questo che ci ha insegnato la società: l’importante è ficcare il cazzo in più fiche possibili e non essere mai soddisfatti del numero che si raggiunge perché ogni traguardo raggiunto ne chiama un altro ancora più irraggiungibile. Perché quello che conta è il quanto e non il come.

“È una questione di quantità.”

Trovare un modo qualsiasi per sentirci diversi dagli altri e in qualche modo migliori, che sia la mediocrità oggettiva di ciò che abbiamo intorno o quella malcelata che abbiamo dentro e tentiamo di camuffare con la musica che suoniamo, i romanzi che scriviamo o i quadri che dipingiamo. E questo mondo ci dà l’opportunità irrinunciabile di trovare una persona peggiore di noi a ogni angolo della strada, che ci faccia sentire bene malgrado Modigliani, malgrado Robert Wyatt e tutte quelle menti illuminate e inarrivabili che si ergono sullo sconfinato mare di merda che è il pianeta terra. E noi, nel migliore dei casi possiamo ridere amari del nostro fallimento accontentandoci di essere nel mezzo, di essere nessuno nel bene o nel male, ma chi vince davvero è chi se ne frega e vive orgoglioso della sua mediocrità.

Cani.

Siamo tutti cani senza una strada, senza un Dio e soprattutto senza un motivo valido. Senza nessuno che ci spieghi perché morire a ottant’anni sia meglio di morire a trenta. Senza capire che significato abbia produrre, consumare, crepare. Coscienti che mai avremo l’opportunità di conoscere nel profondo la dolorosa, orribile, lacerante meraviglia che è dentro ogni mente umana, perché siamo solo l’ennesimo e inutile passo di danza di un mondo che va troppo veloce per ricordarsi di noi.

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