Ode alla stupidità su internet

Disapprovo quello che dici, ma difenderò fino alla morte il tuo diritto a dirlo.

Mi scuso anticipatamente se con questa affermazione comprometterò la sezione favorite quotations della vostra timeline di Facebook, ma nessuno ha mai provato che Voltaire abbia pronunciato questa frase; del resto una persona così intelligente non avrebbe mai potuto partorire una tale puttanata.

La più grande sciagura portata dalla cultura moderna è la convinzione che ogni opinione abbia una propria dignità e per questo debba essere rispettata. Come ha spiegato Patrick Stokes in un mirabile articolo intitolato No, you’re not entitled to your opinion (la traduzione viene da qui):

Il problema con l’assunto “ho diritto di avere la mia opinione” è che, fin troppo spesso, è utilizzato per difendere convinzioni che avrebbero dovuto essere abbandonate. Diventa un’abbreviazione per “io posso dire o pensare quello che voglio” – e, per esteso, continuare a contrastare è in qualche maniera irriverente.

Se “tutti hanno diritto ad avere la propria opinione” significa esclusivamente che nessuno ha il diritto di vietare alla gente di pensare e di dire quello che vuole, allora la frase è vera, seppure abbastanza banale. Nessuno può vietarti di dire che i vaccini causano l’autismo, indipendentemente da quante volte questa supposizione sia stata smentita.

Ma se “diritto a un’opinione” significa “avere il diritto che i propri punti di vista siano trattati come seri candidati per la verità” allora la frase è chiaramente falsa.

Una delle conseguenze più nefaste di questa prospettiva è la convinzione che se qualcuno dice qualcosa che non ci piace dobbiamo comunque rispettare il suo punto di vista, e se proprio non ce la facciamo è meglio volgere lo sguardo da un’altra parte. Nella patria del buonismo che è il web 2.0, dove la contrarietà è combattuta in tutti i modi (per dirne una, non esiste un tasto dislike su Facebook), questa deprimente visione del mondo va per la maggiore e non a caso quando ti scagli contro qualcosa o qualcuno la risposta più comune è “se non ti piace, perché non lo ignori e basta?”

Io invece credo che la stupidità sia pericolosa e in quanto tale vada condannata; è necessario arginare l’idiozia in modo da limitare i danni che può arrecare alla società e favorire la diffusione del vero pensiero critico. Si chiama selezione naturale, l’ha teorizzata Darwin (mica pizza e fichi) e il contesto contemporaneo è forse il più fertile per metterla finalmente in pratica.

Mi spiego meglio.

Quando sei di fronte a una persona in carne e ossa una serie di filtri inibisce – in parte o completamente – la tua propensione a dirgli in faccia ciò che pensi di lei esattamente come lo pensi. Per fare un esempio, io sono del tutto convinto che chi vota Berlusconi sia una persona gretta, ignorante, passiva, mentalmente limitata, disonesta, fedifraga, abietta, squallida, volgare, ributtante, pericolosa, insignificante, fascista, patetica, falsa, barbara, antistorica e profondamente stupida. Difficilmente però riuscirò a dirlo con cotanta franchezza a ogni elettore del PdL che incrocerò senza collezionare più cartelle cliniche che figurine Panini.

Una volta l’interazione personale era l’unico modo per dialogare con le persone e conseguentemente sottoporti al loro giudizio: per questo la stupidità era criptata, filtrata dalle inibizioni che ho citato. Si comunicava a voce, per lettera, per telefono, più tardi via mail o sms, ma era sempre una conversazione a due, a cui il pubblico esterno non aveva accesso. Gli unici a sottoporre le proprie interazioni personali al giudizio della gente erano i personaggi pubblici, tramite i mezzi di comunicazione di massa. In quell’universo ancora regolamentato da conversazioni private, la stupidità vera, quella sotto gli occhi di tutti, di Antonella Elia e Maria de Filippi, non riguardava te perché era altrove: nella radio o nella televisione.

Ma oggi la televisione sei tu.

Oggi ogni cosa che dici è sottoposta all’insindacabile giudizio delle persone che interagiscono con te tramite i mezzi virtuali (broadcast yourself, mai slogan fu più azzeccato). Finché la filosofia alla base di internet era quella dell’anonimato, questo concerto costante di te stesso non ha creato poi tanti problemi: nel momento in cui incontravi di persona lo spocchioso viscido chitarrista che prendeva 200 euro a serata per suonare cover hair metal all’Alpheus, lui non poteva immaginare che quel MaleDiMiele82 che gli trollava il MySpace fossi proprio tu.

Poi a un certo punto Mark Zuckerberg si è stancato di non fare sesso e ha formulato tre pensieri rivoluzionari:

  1. Molte persone nel web potrebbero voler usare il loro nome reale e fornire una marea di informazioni sulla propria vita privata, per puro spirito di vanità;
  2. Alla CIA potrebbero far comodo molte di queste informazioni;
  3. Tantissima gente potrebbe trovare tutto questo bellissimo.

E lì è stata la rovina. Le persone si sono lanciate sul web cercando di offrire il loro meglio senza avere la minima percezione del momento in cui hanno oltrepassato la soglia dell’autocompiacimento per sforare nel gratificante, fantastico mondo della ridicolizzazione del sé. Adesso nel momento in cui ti saluto in fila al bar e ci aggiorniamo su cosa abbiamo fatto nel weekend so perfettamente che reputi Enrico Brignano in qualche modo degno di fare satira politica, e ho ben chiari in testa tutti i link di Renato Zero che hai postato su Facebook, le melense frasi tratte dai libri di Paulo Coelho che non hai letto, l’abuso che fai di punti esclamativi e di sospensione e le patetiche gag “comiche” dei Soliti Idioti che ti fanno ROTFL.

È questo il massimo contributo che internet ha dato all’umanità: dare a tutti, democraticamente, la possibilità di mettere in mostra la propria mediocrità, dandoci l’opportunità unica di darle un nome e cognome, condannarla, deriderla e infine annientarla, come quel gioco in cui devi martellare la testa degli orsetti quando spuntano dai buchi, solo che al posto del martello c’è Kurt Vonnegut.

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