L’anima dell’aglio

La prima volta che conobbi Gaia fu alla festa dei trent’anni della ragazza di Giacomo. Stavo parlando con lui quando dalla porta la vidi entrare e da lì la mia serata finì.
“Chi è?”
“Si chiama Gaia, è un’amica di Giuliana.”

Passai il resto della serata nel tentativo di organizzare i pensieri per trovare qualcosa da dirle, ma non mi veniva in mente niente. Al quarto whisky e cola l’incoscienza alcolica ebbe il sopravvento sulla carenza di idee: l’avvicinai e in cinque minuti sbiascicai teorie complottiste che riguardavano rispettivamente la puntuale scarsità di soft drink rispetto ai superalcolici verso la fine delle feste, il colore delle rampe per gli handicappati negli alberghi di lusso e l’abitudine di togliere l’anima dall’aglio.

Alla fine lei mi sorrise e mi disse “comunque piacere, sono Gaia.”

Dopo quella festa implorai Giacomo di trovare un’occasione per permettermi di rivederla, ma non la conosceva molto e chiamarla per un’uscita di gruppo sarebbe stato un po’ strano. Qualche tempo dopo mi telefonò dicendo che stava andando al cinema con un po’ di amici e ci sarebbe stata anche lei.

Mentre cercavo parcheggio nel quartiere africano pensavo a cosa dirle per rimediare alla figuraccia che avevo fatto da ubriaco. Distratto, mi persi nei sensi unici di Roma nord e arrivai al Lux che erano già tutti entrati. Disturbai mezzo cinema prima di trovarli e alla fine mi dovetti sedere defilato, accanto al cugino casertano di un amico di Gaia che non conoscevo. Mi rivolse la parola una sola volta durante il film per dirmi che doveva pisciare.

Una volta usciti dal cinema non riuscivo a guardarla negli occhi. Proposi di andare tutti insieme a prendere una birra ma ognuno aveva qualcosa da fare la mattina dopo, così ci salutammo.
Quando mi avvicinai per baciarla lei ebbe come un’esitazione, poi mi sorrise e dopo che l’avevo salutata mi disse.
“Comunque io sono Gaia.”

Qualche giorno fa stavo facendo la spesa alla COOP. Avevano aperto solo due casse e c’era una lunga fila. La vidi, due o tre posti avanti a me. Nella mano in cui indossava la fede reggeva due confezioni di pasta di Gragnano, nell’altra un pacco di pannolini. Accanto a lei, suo marito batteva i piedi impaziente lamentando che la cassa per chi ha meno di dieci articoli era chiusa. Dopo dieci minuti la mollò in fila e si incamminò a passo svelto verso il punto cortesia.

Lasciai il mio carrello in fila e lo raggiunsi; il responsabile del punto cortesia ripeteva seccato che non c’era abbastanza personale per aprire anche la cassa veloce, lui blaterava che non c’era rispetto.

Senza pensarci due volte dissi al responsabile che ero cliente COOP da venticinque anni e non avevo mai visto un trattamento così scortese. Minacciai di stracciare la mia carta fedeltà sottolineando l’ipocrisia dello slogan La COOP sei tu.
Non era vero: era la prima volta che andavo alla COOP. Non ho mai avuto una carta fedeltà, non sono schizzinoso in materia di supermercati.

Mentre parlavo passò un dirigente. Si avvicinò, ci chiese quale fosse il problema. Il marito di Gaia gli spiegò la situazione, io ribadii il mio sdegno. Il dirigente gli diede ragione e per scusarsi, gli disse, “questa volta la spesa gliela offre la COOP.”

Mi ringraziò, tornò da lei e le disse che non dovevano pagare, “per merito di questo gentile signore che ne ha dette quattro a un dirigente.” Lei mi guardò negli occhi sorridendomi a trentadue i denti e in quel secondo, in quello specifico secondo capii che finalmente mi aveva riconosciuto. Che mi aveva conosciuto per la terza e prima volta.

“Piacere, Gaia,” mi disse.
Le persone non erano esattamente il suo forte, mettiamola così.

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