Kebabetto? [pt. IV]

Pic: Turn the Paradise on.

PREVIOUSLY ON KEBABETTO?

  1. Kebabetto, pt. I
  2. Kebabetto, pt. II
  3. Kebabetto, pt. III

[Mentre leggi ascolta: She wants revenge – These two words]

Trentemoller – Vamp

Un’opportunità aveva avuto Moussa, e se l’era giocata. Era uno che falliva sempre nelle occasioni topiche.

Si era ricordato tutto, dalla prima all’ultima cosa: pane arabo, harissa, hummus, tzatziki, origano, chili. Con i soldi che gli erano avanzati aveva perfino preso delle bandierine della Francia e della Repubblica Democratica del Congo da infilare nei kebab con lo stuzzicadenti. Così, un tocco di colore.
E in questa smania di particolari e perfezionismo aveva dimenticato la carne.

La carne, porca Eva, ma come si fa? L’ingrediente fondamentale del kebab!

Disperato, prese a pugni tutte le cose che aveva comprato rovesciandole sul pavimento, poi si sedette a terra e iniziò a frignare.
“Mi licenzia, Kemal mi licenzia, cazzo! Sono fregato! Mi toccherà tornare a Timbuctù, vaffanculo!”
Valutò di chiamare Kemal (“mi si incula”), di tornare in Mali (“non ho i soldi”), di mendicare con la kora (“non la so suonare e poi l’ho venduta”).

Poi, tra un’imprecazione e l’altra, verso le otto e quaranta la porta d’ingresso cigolò.
“C’è qualche problema? Posso aiutarti?”
Una ragazza con gli occhi azzurri.
“Sì.”
Carina. Un pizzico in carne.
“E come?”
“Ti prego, entra.”

Le disse che aveva un barile di salse troppo grande per tirarlo giù dalla dispensa e la invitò ad andare con lui nel retrobottega per aiutarlo.

“Non c’è un tipo di carne preciso.”

Chiuse la serranda alle sue spalle.

“Può essere agnello, manzo, pollo, quello che ti pare purché non sia maiale.”

Mentre le cedeva il passo prese un machete dal ceppo per i coltelli.

“Il kebab è solo un modo di cucinare la carne.”

Non aveva ancora acceso la luce quando sollevò la lama alle spalle della ragazza e gliela piantò sulla testa con tutta la forza che aveva nel braccio.

Il gridolino durò poco più di un secondo. Il machete aveva incontrato un po’ di resistenza aprendo appena la calotta cranica. Nell’estrarlo si portò via brandelli di cervello che si attaccarono al muro nel momento in cui Moussa sollevò di nuovo la lama per affondare il secondo colpo, che affondò nel collo, appena sotto il cervelletto.
La ragazza era ancora viva. Le uscivano rivoli rossi dagli occhi girati all’insù, si girò e lo guardò, mentre sulla schiena le colavano pezzi di materia grigia che cercava di recuperare tuffando le mani dietro la schiena.

Moussa affondò un altro colpo, stavolta in piena fronte, spaccandole in due la testa. L’emisfero sinistro della calotta cranica rovinò a terra e la materia cerebrale le colò sul petto tipo salsicce di maiale.
La ragazza cadde a terra e il suo cervello la seguì facendo plof sul pavimento assieme a pezzi di cranio e terminazioni nervose.

Ci mise un po’, ma fece un buon lavoro: spogliò la ragazza dei vestiti intrisi di sangue violaceo, tagliò quel che restava della testa dal corpo, strappò i pochi peli che aveva sul corpo “perché fanno quella puzza insopportabile di pollo quando li bruci,” infine le mozzò gambe e braccia.
Poi si caricò il corpo sulle spalle, lo portò in cucina e lo infilò sullo spiedo verticale partendo dal culo.

Il corpo faceva resistenza all’inizio, quindi gli toccò salire su una sedia. Impastò le mani nella polpa rossastra che circondava la colonna vertebrale, la afferrò come una mazza da golf e spinse il corpo verso il basso. A ogni pressione, fontane rosso vivo schizzavano orizzontali dai moncherini di braccia, gambe e testa innaffiando di sangue tutta la cucina, mentre l’esofago rigurgitava una roba giallastra che un tempo doveva essere yogurt magro Vitasnella, 0.1% di grassi.

Ci mise un’ora a ripulire tutto, a fare a pezzi gli avanzi del cadavere e buttarli in uno dei cassonetti verdi fuori del negozio. Poi rientrò dalla porta posteriore e accese lo spiedo. Quando la cottura fu tale da rendere il corpo indistinguibile da una colonna di kebab, Moussa riaprì il negozio.

EPILOGO.

Era pure chiuso, il Sultano. Solo un nero si affacciava ogni tanto per buttare l’immondizia.
Corrado era lì da un pezzo. Le nove e mezza, mezz’ora oltre l’orario prestabilito. Pamela non era ancora arrivata e il cellulare era irraggiungibile.
Ma dove cazzo è finita?

Allo scoccare dell’ora di attesa, quando il ritardo divenne eccessivo, la serranda del Sultano si alzò e fece capolino il nero che aveva visto uscire prima.
Corrado si era rotto di aspettare ed entrò.
“Serataccia, eh?”
“Mi fai un kebab, per favore?”
“Che ci metto?”
“Un po’ di tutto.”

A Moussa avevano detto che la bontà della carne è direttamente proporzionale alla qualità del cibo che mangia. Per esempio i maiali si rotolano nella merda, è normale che la loro carne faccia schifo.
A questo pensava quando il ragazzo, dopo il primo morso, si girò verso di lui, gli fece l’occhiolino e gli disse.
“Cristo di un Dio, quant’è buono ‘sto kebab.”

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