Kebabetto? [pt. II]

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[Mentre leggi ascolta: Tinariwen – Chatma]

Tinariwen – Chatma

La sua colpa? Non era turco, Moussa: era maliano. Tuareg, per la precisione.

Era partito da Timbuctù con cento euro, una kora e due valigie di tessuti da vendere per strada. Appena atterrò a Malpensa telefonò a suo cugino Youssouf.

“Via della Pineta Sacchetti.”
“Dov’è?”
“Vicino all’ospedale Gemelli.”
“Quanto ci vuole da Malpensa?”
“Malpensa? Sei atterrato a Malpensa?”
“Sì.”
“Brutto cretino [linguaggio incomprensibile] figlio di una bagascia impestata di [linguaggio incomprensibile]! Io abito a Roma, non a Milano!”

Si mise l’anima in pace e rimediò qualche passaggio in autostop: il primo lo portò a Piacenza, il secondo a Bologna, il terzo a Firenze. Il camionista lo lasciò in un Autogrill alle porte della città perché doveva andare a scaricare la pasta all’uovo in periferia. Dopo aver mangiato un Camogli, Moussa iniziò a chiedere timidamente uno strappo a chi tornava alla macchina.

A un certo punto gli si avvicinò un uomo. Non capì nulla di ciò che diceva finché non iniziò a esprimersi a gesti. Gli fece vedere un iPhone 5 mimando una specie di scatola e facendo due con la mano sinistra. Faceva in continuazione un gesto strano che consisteva nello sfregare il pollice sull’indice e il medio.
L’uomo accese il suo smartphone per mostrargli il prezzo dell’iPhone sul sito della Apple, che superava i settecento euro.
Quel tizio glielo stava vendendo a duecento.

Ne aveva solo cento, ma quello non si scoraggiò e indicò i tessuti e la kora che Moussa aveva disposto a terra nella speranza di racimolare qualche soldo tra una richiesta di passaggio e l’altra.

Moussa gli diede i cento euro, i tessuti e la kora in cambio del pacchetto, consegnatogli dal tizio dopo che si erano appartati in un angolo.
Quando, in viaggio verso Roma, aprì il pacco per curiosare, dentro ci trovò un mattone.

Youssouf lo rifiutò. Moussa aveva promesso di venire in Italia con una quota per collaborare alla gestione del piccolo negozio di alimentari 24/7 che il fratello aveva rilevato dopo anni di fatiche per poi presentarsi senza lo straccio di un soldo. Lo spintonò con violenza definendolo più volte un [linguaggio incomprensibile]. Moussa dormì qualche settimana sotto ponte Garibaldi prima di trovare impiego presso il Sultano, un posto che fa kebab a San Lorenzo.

Solo che lui non sapeva neanche cosa fosse, il kebab. L’aveva mangiato una volta da quando era arrivato in Italia e si era sentito male, si era pure ripromesso di non avvicinarcisi più. Quindi non capiva niente, non gli entrava in testa. Il processo era semplice ma scordava sempre qualche passaggio scatenando l’ira di Kemal, il suo datore di lavoro di Istanbul.

“Cos’è?”
“Tzatziki.”
“No Moussa, questo no è tzatziki.”
“Ma come no?”
“Tzatziki è yogurt e aglio! Questo solo yogurt! Mannaggia a Öcalan, perché io ti pago, eh? Perché ti pago?”

Era lì lì per perdere il posto, ma quel giorno ebbe un’occasione. La moglie di Kemal stava per avere un figlio e lui doveva passare la notte in ospedale, così gli lasciò la piena responsabilità sul negozio per tutta la serata.
“Se tu fai casino stasera giuro su Atatürk che ti mando a casa!”

Passò al Todis di pomeriggio per fare la spesa e gli avanzò pure qualche spicciolo.
Era contento. Pensava che fosse davvero la volta buona.

Arrivò al Sultano alle otto, carico di buste della spesa. Tolse il cartello dalla porta d’ingresso.

PER MOTIVI FAMIGLIARI, OGGI SULTANO APERTO SOLO DA 20 A 2.

Dispose la spesa sul bancone, mise ogni ingrediente nelle vaschette in alluminio e gli avanzi in dispensa, poi si guardò intorno.
No.
Qualche secondo dopo stava rovistando isterico nelle buste.
No!
Porca puttana, no!
Come faccio?

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