Inshallah.

Come in tutti i paesi a larga maggioranza musulmana, in Mali è frequentissima l’espressione “inshallah”, comune peraltro a molti Italiani (o perlomeno a quegli Italiani che si scopano i neri).

“Inshallah” è una parola araba che ha un significato a metà strada fra “speriamo”, “se Dio vuole” e “chittesencùla”. Ora, non so come funzioni negli altri paesi islamici, ma i Maliani ne abusano in una maniera che non esito a definire preoccupante. Mi è venuto in mente tempo fa parlando con Aboubacar, il guardiano di casa mia.

“Abou, allora mi raccomando, chiamami quando arriva la donna delle pulizie così vengo ad aprirle.”
“Inshallah.”
“No, inshallah un par de cojoni, se non mi chiami ti rimando a cantare blues nei campi di cotone!”

La mia vita in Mali era talmente difficile che a tratti avevo come l’impressione di essere il leader del PD. La cosa che mi sfiancava di più in assoluto erano le trattative: gli Africani amano trattare, su tutto. Ciò diventa particolarmente avvilente quando si viene a parlare di taxi: a Bamako non ci sono mica i tassametri, si concorda un prezzo col tassista prima di andare e via.

“Bonsoir, ça va?”
“Oui, et vous?”
“Oui, ça va. Combien pour aller à l’hippodrome?”
“Trois mille Francs.”
“TROIS MILLE FRANCS?! Mais il est près d’ici! Mille Francs!”
“Nooo, mille Franc ne suffisent pas.”
“Alors mille cinq cents!”
“Deux mille.”
“Ok.”

Che tradotto in italiano e in euro suona più o meno così.

“Buonasera, come va?”
“Bene, e lei?”
“Bene. Quanto per andare all’ippodromo?”
“Quattro euro e mezzo.”
“QUATTRO EURO E MEZZO?! Ma è qui vicino! Un euro e mezzo!”
“Nooo, un euro e mezzo non basta.”
“Allora due euro e venti!”
“Tre euro.”
“Ok.”

“Zio Paperone” non è forse la parola esatta, ma è la prima che mi viene in mente.

Il fatto è che mi sentivo una merda a trattare con gli Africani per pochi euro, nella mia posizione di Europeo benestante in una nazione devastata dalla fame. Pensate che la miseria degli agricoltori maliani è talmente drammatica che non possono neanche permettersi gli strumenti per lavorare la terra: sono costretti ad ararla con le unghie e con i denti, per questo hanno le mani così rovinate e le bocche marce e decadenti. Oltretutto possono coltivare solo nei giorni in cui la loro religione glielo permette; tali giorni sono determinati in base a un complicato sistema di fasi lunari molto difficile da tenere a mente, ma non avendo carta e penna a disposizione nella maggior parte dei casi i contadini sono costretti a segnarsi i giorni della semina sull’iPad.

La drammaticità delle condizioni in cui versa la maggior parte della popolazione nel Continente Nero è sotto gli occhi di tutti e le organizzazioni internazionali spendono da anni tutte le loro energie per far sì che non si risolva in alcun modo. Cercare di indirizzare l’Africa verso uno sviluppo duraturo e sostenibile saccheggiando selvaggiamente le sue risorse e favorendo la mercificazione della manodopera a basso costo da parte delle multinazionali è una mossa sensata più o meno quanto quella di assumere Anna Maria Franzoni come baby planner.

Prendete Obama: ciò che mi sembra sfugga al presidente americano è che quello del sottosviluppo dell’Africa è un problema che affonda le sue radici in centinaia d’anni di sfruttamento, violenza e assoggettamento del più debole, e non lo risolverai certo imbracciando un pallone da basket, ammettendo di aver pippato cocaina da ragazzo e ascoltando Jay-Z sul tuo iPod Touch made in Taiwan.

Quelli che normalmente identifichiamo come paesi avanzati sono convinti di risolvere i problemi del terzo mondo dandogli cibo e quaderni per la scuola elementare. Non è così. Se vuoi davvero combattere la povertà la prima cosa da fare è capire che il problema non è lì, ma qui. L’arroganza del potere che crede di poter esportare lo sviluppo senza cambiare il proprio sistema malato non è una novità, ma ha portato molta gente a pensare che le persone da aiutare siano in uno sperduto villaggio nell’Africa Subsahariana quando probabilmente sono davanti a te nel momento in cui suoni il clacson perché non sono partite appena dopo che è scattato il verde.
Il problema non sono loro, il problema siamo noi.

Se io posso cambiare,
e voi potete cambiare,
tutto il mondo può cambiare.

E chi sono io per contraddire Rocky Balboa?

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