Stark.

Pic: mshczk.

Michela mi piaceva da morire.

Corpo magro e sportivo, altezza un metro e settanta, spalle larghe da nuotatrice, una dignitosa seconda abbondante di reggiseno, totali occhi azzurri e brillanti capelli neri spesso ingiustamente legati in una coda di cavallo.

Stavamo insieme da tre anni quando mi lasciò. Ci rimasi male non tanto per il fatto in sé quanto per come accadde: sparì nel nulla, senza dirmi una parola né tantomeno inviarmi una mail di spiegazioni. Lo fece appena due giorni dopo la nostra festa di fidanzamento. Sua madre era un’avvenente statunitense cattolica convinta, quindi mi ero dovuto piegare alla pratica idiota dell’engagement party, con fiumi di alcol e deprimenti discorsi propositivi in inglese a Prosecco levato.

Ricordo che quel pomeriggio non avevo cacato. Avevo fatto più di un tentativo: caffè e sigaretta, prugne secche, dischi de Lo Stato Sociale, ma niente. Per questo la sera mi sentivo gonfio, pesante e fuori luogo come un editoriale del Fatto Quotidiano. Fortunatamente però sono sempre stato un maestro nel fingere di provare inesistenti emozioni positive, quindi la gente non notò il mio disagio.

Michela aveva una casa splendida: uno spazioso appartamento a due passi dal Pantheon con tre camere da letto, cucina all’americana e un soleggiato salotto dove i numerosi invitati sorseggiavano Brunello di Montalcino discorrendo delle imminenti elezioni politiche, mentre un vivace dogo argentino di nome Stark animava le loro conversazioni. L’unica cosa che non mi convinceva erano i due bagni: contigui, due porte una dopo l’altra nel lungo corridoio che portava al salotto.

Una delle poche cose che avevo imparato nella vita al tempo è che bisogna diffidare delle persone che abitano in case con i bagni contigui.
Avevo ragione.

Nel momento in cui sollevai il calice per iniziare il discorso su quanto fossi felice di prendere la mia libertà di provarci con le bariste del Circolo degli Artisti, buttarla nel cesso e poi tirare l’acqua sentii un prurito all’altezza del buco del culo. Così, tra le frasi “Michela sarà la mia casa in cui essere sempre felice” e “ogni cosa partorita dalla testa di Vasco Brondi fa vomitare i cani,” realizzai che il tanto agognato stronzo del giorno stava finalmente facendo capolino dal mio canale rettale.

Cercai in ogni modo di ricacciarlo nell’intestino ma non ci fu verso, quindi conclusi che non sarebbe stato il caso di mostrare ai presenti un alone marrone nel retro dei miei pantaloni cuciti su misura da Roberto Cavalli, finii in fretta e furia la mia dissertazione su quanto facesse schifo Vasco Brondi e mi fiondai nel primo dei due bagni che trovai libero. Slacciai frenetico i pantaloni e planai sulla tazza del cesso liberando all’istante un tronco di merda di 45 centimetri che mi svuotò il corpo fino all’esofago mentre dal salotto percepivo ancora l’allegro vociare dei presenti. Mi diedi due passate di carta igienica e lavai le mani con il costosissimo sapone ai cereali a cui la famiglia di Michela era tanto affezionata.

Solo che, nel momento in cui premetti il pulsante per lo scarico del cesso, realizzai che non funzionava.

Lo scarico era dentro il muro, quindi non c’era verso di dargli un’occhiata per riparare il guasto. Cercai nel bagno un recipiente da riempire d’acqua per spingere la merda giù nelle fogne ma non trovai nulla. In quel momento qualcuno bussò alla porta, mormorai preoccupato “un momento” e guardai quel tronco di merda arrotolato nel cesso con la faccia di chi ha appena eiaculato per sbaglio sull’iPhone 5 di Maroni.

Senza pensarci un istante, presi un po’ di carta igienica, ficcai la mano nel cesso e raccolsi lo stronzo.

Il piano era di uscire al volo dal bagno, sorridere rapido a chi aveva appena bussato, aprire di scatto la porta del cesso accanto e lanciare la merda nella tazza. Non sarebbe stato difficile, conoscevo a memoria quella casa: la distanza del water dalla porta, la posizione del lavandino e quella del sapone ai cereali. Avrei tirato l’acqua, mi sarei lavato le mani e sarei tornato sorridente tra chi festeggiava il mio ingresso trionfale nella trappola senza uscita dell’amore eterno davanti a Dio.

Aprii la porta nascondendo dietro la schiena la mano destra in cui reggevo lo stronzo, cedetti il passo al cugino di Michela, spalancai la porta dell’altro cesso e lanciai a colpo sicuro quel tronco di merda verso il water. Inizialmente respirai di sollievo, ma quello che vidi quando alzai lo sguardo mi sorprese quanto un Festival di Sanremo condotto da Peter Gabriel.

Sulla tazza del cesso era seduta la madre di Michela e il mio stronzo l’aveva colpita in pieno volto imbrattandole di merda il costoso abito grigio perla. Mi guardava esterrefatta con gli occhi terrorizzati mentre un tarzanello dondolava dall’angolo sinistro della sua bocca.

A questo punto concorderete che sarebbe difficile immaginare un imbarazzo maggiore del mio in quel momento, e sarete sorpresi se vi dico che non si avvicinava neanche minimamente a quello che doveva provare la madre di Michela.
Perché la madre di Michela reggeva in braccio Stark, il loro vivace dogo argentino, e con la destra teneva in mano il suo lungo cazzo attaccato alla pancia.

Feci in tempo a vedere gli ultimi movimenti della sua mano mentre faceva su e giù sulla spessa pelle che ricopriva il membro del cane rivelando parte della turgida cappella. Poi, come se non bastasse, inginocchiata a terra accanto al cesso vidi Michela che mi guardava con la coda dell’occhio, la bocca ancora aperta e pronta ad accogliere lo sperma di Stark.
Pensavo che in momenti come questo mi sarebbe servita una frase secca e definitiva per togliermi dai guai.
Invece mi venne in mente solo un banalissimo.
“Scusate.”

Ripensandoci a mente lucida, forse Michela non mi doveva poi tante spiegazioni.

FRASI DA DIMENTICARE.

Tra qualche giorno uscirà il terzo numero di Just Kids, la webzine per la quale terrò una rubrica di recensioni musicali scritta naturalmente con uno stile tutto mio. In questo numero parlerò de La Morte, Thegiornalisti e ?Alos/Xabier Iriondo.

Qualche anticipazione sui contenuti potete trovarla a questo link.

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