Organizzare il capodanno è la cosa più vicina al suicidio che abbia mai esperito

Pic: Elis in Wonderland.

Dovendo fare un bilancio generale, direi che la vita finora mi ha insegnato fondamentalmente due cose:

  1. Non bisogna mai dire “tua moglie è una puttana” a un metalmeccanico alcolizzato rumeno che ha appena pagato l’IMU; ma soprattutto
  2. Non bisogna mai farsi carico dell’organizzazione di un capodanno.

Io ci ho provato una volta e vi assicuro che è stato molto più semplice convincere il mio comodino a votare Movimento 5 Stelle.
“Dai, che ti costa? È democrazia diretta, è da paura!”
[Il comodino non risponde in quanto bene materiale insenziente]
“E rispondi, che cazzo! Me sembra de parla’ a un muro!”
[Il comodino accenna un tremolio di risposta]
“Fantastico, allora chiamo i miei amici!”

Più o meno verso il 10 dicembre c’è sempre un amico che per la prima volta azzarda il discorso che-facciamo-a-capodanno e generalmente viene visto con la stessa diffidenza che si riserverebbe a chi entra nudo in studio durante Domenica in, ingoia due canne di bambù lunghe un metro senza masticarle e poi si lancia in una vasca piena di burro d’arachidi urlando “io sono Paolo Limiti.”

“Senti, ma…”
“Dimmi.”
“No, volevo parlare di quella roba lì.”
“Di che? Sii più chiaro.”
[Mormora] “…capodanno.”
“COSA? Sei pazzo? Il telefono potrebbe essere controllato!”
“Ma io…”
“Faccio finta di non aver sentito. La nostra conversazione finisce qui.”

Nel mio gruppo di amici – come credo in molti altri – organizzare capodanno per tempo è vista come una cosa malata, da pazzi pericolosi per la democrazia. Azzardati ad aprire il discorso prima delle sei di pomeriggio del 31 dicembre e sarai additato come un patetico sfigato per tutto l’anno venturo. La realtà è che nessuno ha tempo e fegato per formulare una proposta perché sono tutti troppo impegnati a smontare quelle degli altri: il capodanno all’estero costa troppo, quello in discoteca è squallido, la festa alcolica a casa di amici che palle, la festa itinerante in centro è banale, Vasco Rossi fa cacare e se ti piace non capisci una mazza di musica (che di base non c’entra molto col resto ma è sempre bene ricordarlo).

Chi propone una di queste soluzioni viene accusato dei crimini contro l’umanità più disparati quali l’olocausto, l’attentato alle Torri Gemelle e la carbonara con la cipolla. Fortunatamente però c’è sempre una backup solution che non entusiasma nessuno ma che nessuno esclude a priori: quella dell’amico che propone il capodanno dalla donna.

Ehi ragazzi,
Ovoidalila mi ha proposto di andare tutti a casa sua a Rocca di Mezzo a scaldare caldarroste nel camino e trangugiare Orangina e Lexotan insieme alle sue amiche delle sedute collettive di psicoterapia di Massimo Fagioli, che ne dite?
Fatemi sapere!

Così finisce che nessuno organizza mai niente e ti ritrovi puntualmente il 31 sera ubriaco come una pigna a Campo de’ Fiori a cercare di convincere un gruppo di diciannovenni tedesche che il problema dello spread che attanaglia l’Italia si risolverebbe con lo spread delle loro gambe nel cesso del Drunken Ship.

In realtà non ho mai capito perché l’unico obiettivo imprescindibile di un capodanno come si deve sia farsi male nei modi più disparati: sfasciarsi a livelli astrali, imbottirsi di ketamina, giocare a Football Manager, andare a un concerto de Lo Stato Sociale. Capodanno è un obbligo, un’istituzione, e per questo lo odio di un odio rappresentato alla stragrande da @AntonioGramsci, che poco tempo fa mi ha menzionato su Twitter linkando un suo articolo su Blow Up che conteneva le seguenti, illuminanti parole.

Dicono che la cronologia è l’ossatura della storia; e si può ammettere. Ma bisogna anche ammettere che ci sono quattro o cinque date fondamentali, che ogni persona per bene conserva conficcate nel cervello, che hanno giocato dei brutti tiri alla storia.

Sono anch’essi capodanni. Il capodanno della storia romana, o del Medioevo, o dell’età moderna. E sono diventati così invadenti e così fossilizzanti che ci sorprendiamo noi stessi a pensare talvolta che la vita in Italia sia incominciata nel 752, e che il 1490 o il 1492 siano come montagne che l’umanità ha valicato di colpo ritrovandosi in un nuovo mondo, entrando in una nuova vita.

Così la data diventa un ingombro, un parapetto che impedisce di vedere che la storia continua a svolgersi con la stessa linea fondamentale immutata, senza bruschi arresti.

Come quando al cinematografo si strappa la film e si ha un intervallo di luce abbarbagliante.

Buon anno a tutti voi, belli de papà.

Il mio romanzo di satira politica: La guerra di indipendenza di Roma nord (Mondadori)

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