Io ODIO Twitter

Pic: Geek & Poke.

Da quando la popolarità di Twitter in Italia è aumentata un nugolo di puristi della prolissità capeggiato da Michele Serra si è cimentato nello sport che gli Italiani preferiscono dopo il calcio: la lotta alla novità. Questa gente lamentava la costrizione di un pensiero in soli 140 caratteri e l’inevitabile depressione grammaticale che ne consegue, tra mention, hashtag e squirting (trova l’intruso), senza considerare due fattori di fondamentale importanza:

  1. La maggior parte dei tweeter oltraggerebbe la nostra lingua allo stesso modo pur avendo a disposizione ben più di 140 caratteri; e
  2. Considerata l’intelligenza media della popolazione italiana, il fatto che i tweeter abbiano a disposizione un numero limitato di battute per esprimere i propri pensieri è da considerarsi un bene.

A mio parere la maggior colpa imputabile a Twitter non è da ricercarsi nello stupro degli idiomi, ma nell’aver messo a disposizione uno strumento per condividere in maniera rapida e intuitiva i propri pensieri a tutta una serie di persone cui augurerei sinceramente di cascare per le scale con le mani in tasca.

Date uno sguardo alle persone che Twitter vi suggerisce di seguire: l’80% è composto da blogger, giornalisti, conduttori radiofonici, PR, web designer, insomma: nessuno che faccia uno straccio di lavoro serio. Una volta se andavi in giro a dire che facevi lo scrittore tua nonna ti chiedeva quando ti saresti trovato un lavoro serio, oggi hai 1,741 follower su Twitter.

Millesettecentoquarantuno lobotomizzati che reputano in qualche modo interessante il fatto che tu abbia appena mangiato un pacco intero di Cuor di Mela.

Già, perché un altro aspetto detestabile di Twitter è questo. In passato ho sentito persone sfracellare le palle ad altre persone accusandole di essere “sempre su Facebook” perché postavano tre o quattro link al giorno, dimostrando peraltro scarsissime conoscenze in matematica dato che a copiaincollare un link ci vorranno più o meno sei o sette secondi.

Be’, se su Facebook questa è un’eccezione, su Twitter è la regola. Ma apparentemente per molti non è un problema: al giorno d’oggi, dove il momento in cui una cosa diviene di moda è anche quello in cui passa di moda, Twitter è ancora visto come un social network in qualche modo più intellettuale, sofisticato ed elegante di Facebook, quindi non è deprecabile passarci intere giornate. E infatti la maggior parte degli utenti con tanti follower twitta in continuazione senza che nessuno dica loro niente: una cinquantina di tweet al giorno su quanto fa casino il vicino con la sua musica di merda, su questo dannato raffreddore che non se ne va, su quell’impegno che rimandano da una settimana. Utenti che usano questo social network come uno scarico del cesso di pensieri usa e getta di cui non frega assolutamente niente a nessuno, tranne a quelli che li considerano in qualche modo fichi perché sono delle twitstar.

Ora, pochi giorni fa un mio caro amico ci è uscito, con una twitstar. Sono andati a cena al Dinner di Ponte Milvio, poi hanno visto Moonrise Kingdom piratato e infine lei gli ha fatto un pompino in macchina quando l’ha lasciata sotto casa. Devo dire che inizialmente ero piuttosto scettico quando il mio amico mi ha raccontato un paio di discorsi che hanno fatto a cena.

“Quello dei pomodori secchi è in assoluto il miglior sapore presente in natura.”
“Quello dei pomodori secchi è in assoluto il miglior sapore presente in natura.”
“Perché l’hai ripetuto?”
“Ti ho ritwittato.”
“Ah.”

Insomma, è finita che una volta tornato a casa lui si è andato a spulciare il suo profilo Twitter.

Non so come la pensiate voi, ma ai miei tempi chi rivolgeva i propri pensieri allo schermo di un computer a scapito dell’interazione personale era considerato un patetico sfigato. E io da adolescente ero un patetico sfigato, prima di scoprire che il mio innato talento per la scrittura avrebbe potuto farmi vedere più fica di un bidet.

Solo che nel 2012 non è più così. Nel 2012, l’era della diversità a tutti i costi, dell’alternativismo un tanto ar chilo, l’era in cui la sociopatia è considerata in qualche modo una patologia edificante tramite la quale rappresentare il proprio disprezzo per il mondo, essere un patetico sfigato è diventato cool.

Averlo saputo prima, diamine. Se il mondo di oggi si traslasse a dieci anni fa non avrei perso la verginità l’altro ieri.

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