Barbari, pt. III

“È lei che deve partire alle otto?”
“Sì.”
“Lasciamo l’ufficio alle sette e mezza, passiamo a prendere un collega a casa sua a Torokorobougou e andiamo in aeroporto.”
“Ok.”

Alle sette e mezza l’autista si presenta nel mio ufficio e mi vede armeggiare con le valigie ancora aperte. Le chiudo al volo e mi chiede se può prenderle. Gli rispondo di sì. Durante il tragitto verso Torokorobougou gli chiedo se posso fumare una sigaretta in macchina. Lui mi risponde di no, perché il mio collega odia il fumo e non vuole sentirlo lamentarsi.

Il collega è Bob, lo scopro solo quando arriviamo a casa sua alle otto meno un quarto. Lo troviamo in mezzo a mille scatoloni. Si è fatto impacchettare tutti i mobili per spedirli nel prossimo paese in cui lavorerà.
Nicaragua.
“Quindi partiamo insieme, Bob.”
“Air France anche tu?”
“Sì. Dove vai?”
“Stati Uniti, per ora. Per me passare da Parigi è meglio. Alcuni colleghi preferiscono Casablanca e farsi perdere i bagagli, io no.”

Bob è sbrigativo e sgarbato con l’autista. Gli chiede di caricare le valigie sulla macchina e intanto tiene lo sguardo fisso sul cellulare. Tutta la roba che ha c’entra a malapena, forse il mio bagaglio a mano non ci sta. L’autista mi chiede se riesco a mettermelo tra i piedi davanti ma non c’è abbastanza spazio. Lo metto sul sedile posteriore, gli dico. No, mi risponde: dietro siedono Bob e la sua ragazza.
“C’è spazio se lo metto in verticale.”
“A Bob non piace avere valigie vicino.”

Pochi secondi dopo tra gli scatoloni appare una semidea maliana, magra e aggraziata. È passato più di un quarto d’ora da quando siamo arrivati e Bob non sembra volersi muovere.
“I’m waiting for this guy,” mi dice.

Mi metto ad aspettare in macchina e leggo Il momento è delicato facendomi luce con lo schermo dell’iPod. L’autista mi chiede se voglio che accenda l’aria condizionata, gli rispondo che non c’è bisogno. Mi chiede discretamente di avvicinarmi e mi dice.
“Sono le otto passate.”
“È tardissimo, l’aereo parte tra poco.”
“Non lo sopporto.”

Alle otto e venti il ragazzo che stiamo aspettando arriva in motorino e corre in casa. Bob si umetta le dita per contare e disporre decine di migliaia di Franchi su uno degli scatoloni, poi sale in macchina sul sedile posteriore.
La semidea maliana mi si presenta sorridente ma ne dimentico il nome appena dopo averlo sentito. Bob mi dice che sono cinque anni che sta in questo paese di merda e non vedeva l’ora di andarsene. Ogni tanto si rivolge all’autista in un francese musicale e malizioso.
“Tutti in ufficio sono contentissimi che me ne vado, eh?”
“Ma che dice, nessuno è contento.”
“Sì che lo sono. Specie gli autisti.”

Penso al peggio quando sento la Maliana ansimare. Fingo che mi sia cascato l’accendino per buttare un occhio sul sedile posteriore ma non vedo nulla di sospetto. Solo dopo pochi secondi capisco che in realtà sta piangendo.
Bob intanto ride.
Si raccomanda con lo chauffeur di prenderle un taxi per tornare a casa. Mentre io e l’autista scarichiamo i bagagli lui tiene tra le mani il volto della semidea in lacrime ancora seduta sul sedile posteriore.
Prima di salutarsi per l’ultima volta si danno un lungo bacio, poi prende il carrello e mi fa cenno di andare.

Lui ha famiglia negli Stati Uniti.

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