Quella fottuta c aspirata

Pic: DostorJ.

Adelaide fu la mia prima ragazza importante.

Avevo diciott’anni, ero sfigato e ciccione e quindi dovetti andarmela a cercare in Toscana (senza nulla togliere ai Toscani). Lei era quel tipo di donna con cui a Roma non avrei avuto la minima speranza: aveva gli occhi celesti, di quel celeste che puoi leggere solo nei libri. La conocqui 1perché era amica di Irene, la sorella della fidanzata di un mio caro amico.

Sei gradi di separazione, li chiamano così.

Al tempo per me l’amore funzionava ancora per interposta persona. Irene mi disse che piacevo ad Adelaide, io le dissi che Adelaide mi piaceva, lei mi disse che dovevo fare qualcosa, scartò la mia proposta di un biglietto con scritto “Ti vuoi mettere con me? Sì/No” e mi organizzò un’uscita con lei. Ricordo ancora benissimo il momento in cui la baciai per la prima volta, e ricordo ancora benissimo quanto fossi impacciato e meccanico nel bacio alla francese.

Ogni due settimane andavo a trovarla, lei scendeva di rado per mancanza di soldi. Mamma mi dava il cappotto di cachemire di papà, mi comprava il biglietto del treno e mi accompagnava in stazione. Io salivo a Firenze la mattina presto e tornavo in serata.

Quando non ci vedevamo facevamo lunghe telefonate dai cellulari dei nostri genitori e lei ogni tanto mi faceva gli squilli, i suoi squilli, particolari per sua stessa ammissione: lunghissimi. Aspettava almeno trenta secondi prima di riagganciare. “Perché sono baci,” diceva. Però quando il cellulare squillava io non riuscivo mai a distinguere una chiamata da uno squillo. In effetti era impossibile, e le poche volte che rispondevo lei si lamentava perché le avevo fatto pagare lo scatto alla risposta.

Concedendole il beneficio del dubbio allora iniziai a rispondere raramente.
Ho il sentore di essermi perso parecchie telefonate per questo.

Un giorno eravamo seduti su una panchina in un parco. Erano le quattro del pomeriggio, io le avevo comprato una rosa, lei mi prendeva in giro sostenendo che i Romani dicono “Federigo” anziché “Federico” e io ribattevo scherzando le sue c aspirate. Poi mi guardò nei suoi irrinunciabili occhi celesti e mi disse.
“Ti amo, Claudio.”
Stavamo insieme da un paio di mesi. Per un secondo rimasi sbigottito. Non avevo mai preso in considerazione l’eventualità che una donna potesse amarmi, figuriamoci una come quella. Poi scansai le paranoie, mi si accese qualcosa dentro, sfoderai il migliore dei miei sorrisi e le risposi.
“Anche io. Anche io, Adelaide.”

Tornai a Roma con quella carica che puoi avere solo quando hai vent’anni. Adelaide mi ama!, dissi a tutti i miei amici, che peraltro avevano visto le sue foto e si erano meravigliati di come una donna del genere potesse aver perso la testa per uno come me.
Ridevo molto, in quel periodo.

Poi però un giorno mi cadde un dubbio tra capo e collo. Avevo telefonato ad Adelaide di domenica verso l’ora di pranzo ma lei stava mangiando con i genitori.
Sbrigativa, mi disse: “Ti chiamo dopo.”

“Ti chiamo dopo.”
Alla toscana, però.
“Ti ‘hiamo dopo,” con la c aspirata.
“Ti ‘hiamo” detto in toscano suona esattamente come “ti amo.”
Non l’avevo mai presa in considerazione, quella fottuta c aspirata.

Mi lasciò dopo poche settimane, ricordo bene le lacrime nella metro A.
Ancora oggi non sono sicuro che Adelaide mi abbia mai amato davvero.

  1. Lo so, è sbagliato. Semplicemente lo preferisco di gran lunga come suono a “conobbi”. E poi è una citazione di http://youtu.be/dVnwR0SysUs target=”_blank”>questo pezzo.  

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