Io ODIO Instagram

Pic: YannisZA.

In principio la fotografia era un’arte impegnativa e costosa: si scattava con parsimonia a causa dell’elevato costo di corpo macchina, obiettivi e rullini. Poi vennero le reflex digitali e le possibilità di accesso a questo mondo si espansero a tutta quella serie di individui che bussano alla porta del cesso dopo averla trovata chiusa.

Oltre a ciò, con l’avvento del digitale la fase di postproduzione (ovvero l’editing delle foto) divenne relativamente più importante, con la conseguenza che qualsiasi persona un minimo dotata di conoscenze informatiche potesse rendere lo scatto di un bicchiere di birra semivuoto + un pacchetto di Gauloises rosse + un paio di Ray Ban a specchio poggiati su un tavolo uno strumento irripetibilmente in grado di titillare i capezzoli di migliaia di galline del Tasso con profile picture di Audrey Hepburn.

E infine è arrivato Instagram.

Instagram ha portato con sé una rivoluzione ben più importante, rivoluzione che non ha riguardato solo il campo tecnico della fotografia ma anche l’aspetto fisico e culturale del fotografo tipo. Potete dire quello che volete, ma nessuna argomentazione di carattere sociologico né tantomeno artistico potrà mai giustificare l’involuzione che potete vedere qui sotto.

Canuti cinquantenni stempiati e spartani nell’abbigliamento che immortalavano impavidi le commoventi vicende della Resistenza francese
VS.
Deprimenti frullati deambulanti di maglioni di American Apparel, scarpe Vans e connessione Wind 3G a 9,99 euro al mese che twittano deprecabili foto di sedicenni hipster durante un aperitivo a Rione Monti.

La classe dirigente del futuro, dicono così.

Una lente grande meno di un’unghia, sedici filtri a completo cazzo di cane, condivisione delle foto facile e immediata: se la fotografia fosse cibo, Instagram sarebbe il Double Whopper Menu King Size. Un’accozzaglia di roba di infima qualità senza il minimo criterio tuttavia in grado di riempire gli stomaci di milioni di utenti dalle basse, bassissime pretese.

Mi duole dirvelo, miei cari, ma la valenza artistica dei vostri scatti nel mondo della fotografia è più o meno equivalente a quella dei libri di Fabio Volo nel mondo della letteratura.
Anzi, della meccanica quantistica.

Instagram riprende sostanzialmente gli effetti che uscivano usando le vecchie Polaroid e le Lomo. Ora, ragazzi, non so se aprirò in voi il baratro incolmabile della Verità con la mia prossima affermazione, ma ascoltatemi bene: quelle foto venivano MALE. Perché mai, con tutte le opportunità che la tecnologia offre al giorno d’oggi, dovreste aver voglia di fare foto fatte MALE?

“Sono fascinose,” dicono. È vero, a guardarle oggi sono fascinose. Pure accendere un fuoco sbattendo due pietre è fascinoso, ma non vuol dire che tu lo debba fare ogni volta che vuoi accenderti una sigaretta. E poi, lasciatemi dire che qualsiasi foto antica è fascinosa. Pensate alle immagini ingiallite dei vostri padri in uniforme militare. E poi confrontatele con le desolanti immagini quadrate editate Earlybird che mostrerete ai vostri figli.
“Guarda tesoro, questo è tuo padre da giovane.”
“Ma pecché sei giallo?”
“È il filtro Rise di Instagram, amore di papà.”
“E pecché fai quella faccia da idiota?”
“Quella è la posa duckface, andava molto di moda al tempo.”
“E pecché guardi il cellulare?”
“Stavo twittando uno status sugli hipster, piccolo mio.”
“E pecché sei vestito come un coglione?”
“E perché e perché, quante domande che fate voi bambini!”

Avanti, ditemi: qual è stato il preciso istante in cui avete deciso che spiaccicare una chiazza rossa su una foto, saturarla come se non ci fosse un domani e peggiorarne la qualità come se l’aveste lasciata al sole per tre giorni fosse una buona idea?

Qual è stato il momento in cui avete iniziato a sentire il bisogno di fare foto già vecchie?

Dire che Instagram è fotografia è come dire che Guitar Hero è musica, vaffanculo.

UPDATE 6/10/2012.

Ampi stralci di questo posto sono stati utilizzati con il mio consenso da Pataepisi per realizzare il video sottostante. Godetevelo.

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