Si fa attenzione al pubblico quando si ha un pubblico

Pic: Claudia Carvalho.

Il 16 giugno del 2012 ho capito che era giunto il momento di fare un regalo al mio blog in occasione del decimo anniversario del suo bel cazzo di niente, dato che nel 2002 neanche esisteva. Per celebrare questa ricorrenza ho deciso di effettuare un’indagine stocastica sul pubblico di ciclofrenia.it™.

Arresomi all’evidenza del fatto che non ho idea di cosa voglia dire “stocastico” ho preferito optare per una più semplice tesi elaborata a cazzo di cane, rigorosamente non suffragata da alcuna prova scientifica. I risultati dicono che il pubblico di ciclofrenia.it™ si divide in due sottoinsiemi nella cui intersezione si trova un ristrettissimo numero di lettori.

  1. Il primo e più vasto è quello degli intellettuali antagonisti con velleità indie che apprezzano incondizionatamente ogni mia sparata misantropa (Cinque aggiornamenti di stato su Facebook che ci hanno rotto il cazzo, Come piacere alle donne nell’era degli hipster, Io odio le persone puntuali, ecc.) con quella punta di umorismo pecoreccio che fa tanto salotto borghese.
  2. Il secondo è composto prevalentemente da giovani e avvenenti donne 1 che si emozionano per ogni mio scritto d’amore o post strappalacrime. Tali donne vedono nei miei articoli romantici tutto ciò che vorrebbero sentirsi dire da un uomo, o perlomeno è quello che mi dicono sempre dopo che gli ho versato il GHB nel vodka lemon.

Il problema è che ognuno dei due sottoinsiemi non sembra apprezzare i gusti dell’altro. Ma io non voglio che ci sia astio tra i lettori di ciclofrenia.it™ e allora ho deciso di scrivere un breve post che soddisfi entrambi gli schieramenti.

I SEGRETI DI BROKENASS MOUNTAIN.

Ricordo bene il tuo sguardo oltre viale Glorioso, seduti sulla scalea del Tamburino. Mi avevi dato quel libro in mano e guardavi le macchine che passavano, perché quando ci si lascia si guardano sempre le macchine che passano.
“Stai guardando le macchine che svasvono?”
“Eh?”
“CAZZO!” urlai, e le tirai un destro fortissimo in pieno stomaco.

Nel momento in cui smise di vomitare mi strinse la mano e mi chiese perché. Come potessimo essere arrivati a tutto questo, come avessimo potuto scordare quanto di bello c’era stato. Ricordò Sperlonga, le serate a chiacchierare alla vineria di piazza San Cosimato, il nostro primo bacio al Rialto. Io le risposi che in effetti sfuggiva anche a me il punto di connessione tra le amorevoli conversazioni sul teatro che facevamo a inizio rapporto e questo suo patetico sfogo-pippone vittimista che mi aveva sfranto il cazzo alla seconda virgola.
“E in ogni caso per le tue paturnie sentimentali ti consiglio di rivolgerti a patrizia.rossetti@fininvest.it o admin@marcomasini.com.”

Poi non la sentii più per due anni. La chiamai sempre per i compleanni e per Natale, lei rispose raramente.
Però ricordo benissimo quel momento. Quel momento in cui stavo cucinando e sentii il citofono squillare.
“Claudio? Sono io. Mi fai salire?”
Quando aprii la porta lei non entrò neanche. Mi disse subito.
“Torna insieme a me. Senza di te io mi sento a metà. E non è possibile sentirsi a metà.”
Le sorrisi, e le dissi.
“Come no? Sent-! Oppure -irsi!”
Mi guardò come si guarda la terra che si allontana dopo la partenza in barca. E mi disse.
“Ti amo ancora, Claudio.”
Dopo due anni la sua mano affusolata era di nuovo nelle mie.
“Calcola che devo troppo cagare.”

  1. O almeno questo è ciò che mi piace pensare.  
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