Rama.

Pic: mirlimi.

A Dakar per pranzare c’erano due possibilità: uscire dall’ufficio, o Rama.

Rama era il donnone senegalese che gestiva la caffetteria. Non era sponsorizzatissima dallo staff internazionale: “la sua è una cucina troppo oleosa,” dicevano, ma per me non era un problema perché la roba oleosa mi è sempre piaciuta. Il riso arancione e croccante, la carne con i sughi bordeaux e la salsa che ti faceva rivisitare il concetto di piccante mi mettevano allegria. E poi non so perché, ma vederla agitare in continuazione lo scacciamosche davanti al cibo che stavo per prendere in qualche modo mi dava sicurezza.

Solo il giovedì i suoi piatti erano davvero improponibili.

Io Rama la vedevo quattro volte ogni giorno. La mattina, quando prendevo un croissant e un caffè. A pranzo, quando le chiedevo “qu’est-ce que c’est?” davanti a piatti che difficilmente riuscivo a capire se fossero a base di carne o di pesce. Dopo pranzo, quando prendevo il secondo e ultimo caffè della giornata. E poi poco prima che se ne andasse, quando passava nel mio ufficio a darmi il resto dei soldi che le avevo dato nel corso della giornata.

Perché se c’è una regola in Africa Occidentale è che nessuno ha il resto.
Mai.

Rama non parlava una parola di Inglese. Io col Francese non me la cavavo granché, però ci provavo. E lei rideva sempre. Specialmente quando le dicevo “ok”. “Ok” la faceva ridere tantissimo. Diceva “Italien” e altre parole che non capivo e si sganasciava per buoni quaranta secondi. Io la guardavo e ridevo con lei, ma dentro di me facevo sempre la stessa faccia.

In fondo però Rama mi stava simpatica. C’era solo un momento del giorno in cui le mandavo puntuali maledizioni: verso le tre del pomeriggio, quando pagavo le conseguenze di quei sughi multicolori che mi mettevano tanta allegria.

Però il giorno dopo tornavo sempre da lei.
Non so perché.

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