Barbari, pt. II

Pic: tkaracan.

Gordon mi aveva detto che mi avrebbe chiamato verso le nove per incontrarci al ristorante mezz’ora più tardi ma alle dieci non si è ancora fatto sentire. Ho scritto un messaggio a Paula ma non mi ha risposto. Ho già scelto un locale per andarmi a vedere un concerto da solo quando il cellulare squilla: Gordon mi dice che si è addormentato e mi dà appuntamento al ristorante tra venti minuti.

Vado a piedi e arrivo in mezz’ora, Gordon non c’è. Non ho molti Franchi, non sono riuscito a ritirare. In Mali sono così poveri che ti devi considerare fortunato non se il bancomat funziona e ha abbastanza soldi, ma se non è lui a chiederti du’ scudi pe’ la benza per primo. Mi prendo una birra e aspetto. Passa un’ora.

A un certo punto sento odore di erba. Un ragazzo a fianco a me sta fumando. Lo guardo, mi sorride, gli sorrido. Me la passa, faccio tre tiri, è quasi un mese che non tocco neanche una sigaretta. Per le due ore successive non capirò più niente.

Gordon arriva in taxi, è con Max. Max è il suo coinquilino, un altro expat più largo che alto, tutti e due sono sulla cinquantina. Gordon scende e attacca immediatamente a parlare con due ragazze, prende il loro numero e mi fa cenno di salire in macchina.

Max ha un curioso modo di comunicare: nei momenti topici scoppia in una fragorosa risata. Non sarà certo da premio Pulitzer ma rende l’idea.
“È la tua prima uscita a Bamako?”
“Sì.”
“AHAHAHAHAH!!!”

Arriviamo al ristorante. Ci propongono di sederci ai tavoli ma Gordon sceglie il bancone, così si può chiacchierare. Ordiniamo una pizza che si rivelerà sorprendentemente tollerabile e spiedini di carne con patatine fritte. Max beve whisky, io e Gordon birra.

Io Gordon è una persona che ho visto più tempo con il viso rivolto verso lo schermo del cellulare che altrove. Se ne sta così per decine di minuti, con la faccia illuminata dalla luce del telefono, a battere sui tasti con una lentezza che se lo porta via. Ogni tanto riceve un messaggio, lo fa guardare a Max che commenta e ride.

Max parla con la cameriera. Gordon ha approcciato una ragazza e le sta proponendo di venire in discoteca con lui. Quella va dalle sue amiche, prende la borsa, torna da noi, tira fuori il cellulare e prende il numero di Gordon. Io nel frattempo bevo birra e guardo il soffitto.

Max mi chiede.
“Sei sposato?”
“No,” rispondo.
“AHAHAHAHAH!!!”
“E tu?”
“Io sì, da ventidue anni.”

Usciamo dal ristorante e contrattiamo con un tassista per farci portare al locale. Quello vuole 1,000 Franchi, loro non sono disposti a tirarne fuori più di 500. Entriamo nel taxi mentre otto o nove bambini ci tirano le maniche, quattro hanno puntato Max e sembrano quasi arrampicarsi sulle sue rotondità, non ho capito se lui gli dà qualcosa. Restano appoggiati al vetro quando siamo già dentro.

Il taxi parte.

Quando entriamo nel locale ci fanno passare sotto un metal detector. Io odio svuotarmi le tasche e allora tiro fuori solo il cellulare e passo. Il metal detector suona, il buttafuori mi perquisisce sommariamente e mi fa entrare.

Il locale è una specie di unico grande spazio a due piani. Ci sono balconi che danno sulla pista da ballo, tipo a teatro. Al piano terra ci sono tre banconi. Incontriamo Paula, è con suo cugino, un amico dell’ambasciata argentina e un tizio francese. Bevono vodka e fumano šīša. Mi siedo con loro ma non mi cagano molto a parte l’argentino, allora vado al bancone e prendo un whisky quando Gordon mi fa cenno di avvicinarmi.

“Qua funziona che ti scegli quella che ti piace di più e te la porti, eh.”
“Ah.”
“Sì sì, è facilissimo. Come mai non ti dai da fare?”
“No, è che non sono molto abituato,” dissimulo.
“Forse ti serve qualcosa che ti dia la carica?”

Vabbè.
Lascio perdere.

Dopo pochi minuti ogni bianco della sala sta parlando con una Maliana. Gordon se ne passa tre o quattro, Max seduto al bancone beve whisky e conversa con una tettona, i due amici di Paula sono in pista a flirtare, lei balla col cugino. Gordon mi fa cenno di venire in pista.

Appena inizio a ballare mi si avvicina una bella ragazza dai capelli corti e le forme generose costrette dentro un vestito che pare disegnato da un dipendente della Wüber. Mi guarda languida, mi si avvicina, mi mette le mani sui fianchi. Io riesco a staccarmi in maniera più o meno elegante.

Mi sento in imbarazzo perché non riesco a concepire un modo per spiegarle che non voglio concedermi neanche un ballo innocente senza dirle che tutto quello che ho intorno stasera mi sembra triste, stanco e sporco.

Torno al bancone per il terzo o quarto whisky, ho perso il conto. Max mi sorride.
“Come va?”
“Eh, sono un po’ stanco.”
“Mettiti a parlare con una ragazza allora, tanto hai detto che non sei sposato!”
“No, non sono sposato però una ragazza ce l’ho.”
“AHAHAHAHAH!!!”

Vabbè.

Mi trovo spesso a mormorare “fanculo” tra me e me. Ho fame, cammino da solo per la sala in cerca di arachidi. Me ne voglio andare. Vado da Gordon e gli dico che vado. Lui mi chiede se sto scherzando, prende per il braccio una delle ragazze con cui sta parlando e me la lancia contro. Non ricordo davvero cosa ci siamo detti perché a quel punto i whisky erano troppi, ricordo solo che la conversazione è durata poco e c’è stato più silenzio che parole. Con una scusa mi allontano, guardo un’ultima volta la pista da ballo ed esco dal locale senza salutare nessuno.

Contratto 2,000 Franchi per un taxi che mi riporti a casa.
Entro, mi metto le cuffie dell’iPod.
Ascolto una puntata di 610.

Io non vi chiedo di raccogliere dalla strada qualsiasi bambino che incontrate né di dare la caccia ai papponi di Bamako con un fucile a canne mozze.

Vi chiedo solo di essere persone almeno decenti, per Dio.

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