The decline

Pic: Designated Disaster.

Where are all these stupid people from?
And how’d they get to be so dumb?

Viviamo in una società triste, una società canonizzata e già definita. Nell’era di Google-Wikipedia-Facebook-Twitter-Tumblr-Instagram la conoscenza non è più una cosa personale, ma standardizzata e comune. Non esistono più intellettuali e manovali, l’informazione è a disposizione di tutti e chiunque potenzialmente è in grado di fare lo stesso discorso usando le stesse parole e basandosi sugli stessi dati. È per questo che abbiamo un bisogno disperato, manifesto e bigotto di sentirci diversi. Di andare oltre e varcare gli ultimi labili confini che la società ci impone. Sdoganare tutto ciò che ci sembra non sia ancora stato sciorinato abbastanza.

Le parolacce. Il sesso estremo. Le violenze della polizia. Essere alternativi agli alternativi.

Viviamo in una società triste, lo si legge in ogni faccia che incroci quando entri in metropolitana. Una società in cui ognuno pone la propria persona al centro di tutto malgrado voglia far credere il contrario. Per questo ti riempi la bocca con concetti assoluti come l’amore e la solidarietà, e difendi i rapinatori che puntano pistole a commesse ventitreenni per svuotargli la vetrina della gioielleria perché sono disperati. Sei il primo a metterti dalla parte dei reietti e degli ultimi ma poi non riesci a vincere il rancore nei confronti di quell’amica che si è scordata di includerti nella mail in cui proponi di andare a vedere Ascanio Celestini al Teatro Olimpico.

Perdoniamo gli errori, ma solo quelli che non ci toccano. Sempre.

Viviamo in una società triste, una società squallida e incoerente. Lamentiamo che Facebook distrugge la privacy e poi ci perdiamo in deprimenti chiacchiericci di basso bordo su quella tizia che si è paccata uno sconosciuto all’Angelo Mai mentre al ragazzo messaggiava che era rimasta a casa perché stanca. Pontifichiamo sul perché le persone che abbiamo intorno si odiano o si amano, cerchiamo d’interpretarle connettendo fatti e tempi, ci sentiamo così esatti e non ci accorgiamo che i nostri sproloqui psicologici sarebbero troppo facili e banali anche per le repliche notturne di Pomeriggio Cinque.

L’oggetto dei nostri giudizi non è mai il come, è sempre il chi.

Viviamo in una società triste, una società che non sa guardarsi allo specchio. Bacchettiamo il mondo che vive sui social network favorendo la morte dell’interazione personale ma parliamo degli altri solo per interposta persona. Chiediamo onestà e chiarezza ma non siamo disposti ad accettare le verità che la gente ci dice quando ci fanno male, quando ci dicono che siamo sbagliati. Che potremmo essere, in qualche modo, migliori.

Noi chiediamo l’onestà e la chiarezza che ci fanno comodo.

Viviamo in una società triste, un pisciatoio di wannabe. Vogliamo essere i migliori e i più coerenti, come se esistesse davvero qualcuno che da qualche parte ha stabilito che la coerenza sia un valore. E allora ci disperiamo nel ricercarla e crediamo di trovarla nel non andare da McDonald’s, non avere uno smartphone, nel comprare solo marche bianche al supermercato o nel permettere al Marocchino al semaforo di lavarci il vetro.

Il mondo di oggi è un mondo triste. Noi viviamo in una società triste in cui tutto ciò che si poteva dire è già stato detto e tutto ciò che si poteva fare è già stato fatto.
E per questo motivo ogni novità non è mai strutturale: è un di più, un orpello.

There’s no answer
when the questions
aren’t ever asked
is anybody learning from the past?

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