Quando Agnese mi disse che non mi voleva più

Pic: salihguler.

Quando Agnese mi disse che non mi voleva più la prima cosa che feci fu stappare una birra.

Rientrai a casa, salutai mia madre controvoglia e andai in camera.
“Che hai?”
“Niente.”

Mi sedetti alla scrivania che dà contro il muro e stappai una Franziskaner. Guardai la parete giallognola per qualche minuto. Avevo sempre pensato che in un momento come questo avrei tirato fuori i pensieri più reconditi e significativi: i ricordi delle passeggiate al centro birra alla mano o quella volta a Sperlonga che mentre si toglieva il costume per un attimo le si è vista la fica.

Invece, quel giorno stappai una birra e accesi la tv.

Mia madre si affacciò per la seconda e ultima volta, perché le madri ci provano sempre due volte.
“È per via di quella ragazza?”
“Mamma, lascia perdere, chiudi.”

Provai a lasciare spazio a riflessioni importanti: la vita, l’amore, il dolore. Pensai di dover scrivere o comporre una canzone. Credevo che la sofferenza, la sofferenza assoluta avrebbe finalmente avuto lo spazio che meritava. Invece non riuscii a distogliere lo sguardo dai capelli ondulati di Max Giusti e dal colore dei pacchi di Affari tuoi che non cambia mai.

Pacco blu, ceralacca rossa. Scavicchi ma non apra. L’offerta del dottore. Ringrazio il dottore, rifiuto e vado avanti.
Rifiuto e vado avanti.

Agnese la sentii altre quattro volte. La prima volta mi disse che doveva passare a riprendersi la bicicletta. La seconda mi chiese il numero di Fabio ché se l’era perso. La terza mi chiese come si fa lo screenshot sul Mac. La quarta mi mandò un messaggio per Natale.

E poi basta.
E poi, veramente, basta.

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