Dakar.

Quando sei per strada ogni taxi che ti passa vicino ti suona. Perché se sei un bianco che cammina loro danno per scontato che tu non voglia realmente camminare. A me verrebbe da dir loro di non rompere le palle. Poi però penso agli expat che ubriachi la sera contrattano con i tassisti per farsi portare all’ennesima discoteca. Il tassista spara 3,000 CFA, loro propongono 1,500, quello rilancia a 2,000 e loro non ci stanno e se ne vanno. Per 500 CFA in più, meno di un euro. In quattro.

Mi sorprende come funzioni la forza di gravità in Africa. Mi sorprende specialmente quando vedo le donne che reggono in equilibrio sulla testa enormi cesti pieni di panni senza aiutarsi con le mani. Mi sorprendono ancora di più delle donzelle nane che camminano su tacchi da Torri Gemelle in via di Monte Testaccio il sabato sera a Roma.

Nella maggior parte dei casi il fumo di sigaretta è il meglio che ti possa capitare di respirare mentre passeggi per le strade congestionate dal traffico di Dakar. I Senegalesi non conoscono il concetto di spegnere il motore quando sei in sosta. In alcune strade gli odori di polvere, pelle di animale morto e merda di vacca ti friggono il naso come botte di cocaina.

Le schede SIM e le ricariche del telefono le compri prevalentemente per strada da ragazzini che ti srotolano davanti buste di plastica trasparenti piene di tessere colorate. Molti bambini girano con lattine di alluminio per chiederti l’elemosina. È impressionante, è davvero impressionante il numero di persone che vive per strada. Al centro ce ne sono almeno venti ogni cento metri.

Ogni angolo è una foto da museo. Ogni angolo è una foto che se la postassi su Facebook farei rodere l’anima ai coglioncelli hipster che pubblicano scatti di Instagram ritraenti mani che giocano a Texas Hold’em, bicchieri della Carlsberg semivuoti e ray-ban poggiati su copertine di romanzi. Ma la macchina fotografica non la tiro fuori quasi mai. Perché ogni scatto è bellissimo, ogni scatto è un insulto, ogni scatto è poverty porn.

“Hai la scarpa slacciata,” me lo dicono almeno cinque volte al giorno. Te lo dicono perché sperano che tu ti chini per sfilarti il portafogli dalle tasche. Curioso, come trucco. Vaglielo a spiegare che in Italia tenere le scarpe slacciate è una moda. Ma sta di fatto che da quando sono arrivato a Dakar non ho mai girato con le scarpe slacciate.

Un giorno stavo tornando dal lavoro. Sentivo lo scalpiccio di piccoli passi alle mie spalle. Mi sono girato e c’era il solito bambino con la solita lattina di alluminio dietro di me, ma non mi ha chiesto l’elemosina. Ho continuato a camminare, mi seguiva. Poi mi sono fermato, l’ho guardato negli occhi. Lui ha guardato negli occhi me. Fisso, senza dire niente.

Ho cambiato strada.

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