Di Frosinone, appunto.

Ne avrebbe settantatré oggi. Ma si è fermato a sessantacinque.

Quando avevo sedici anni mi vergognavo di mio padre, perché a sedici anni ti vergogni sempre di tuo padre. Mi vergognavo soprattutto quando veniva a prendermi le volte che ero uscito con persone nuove.

Lui arrivava e prima di andare via si fermava un attimo con noi. Io non volevo che lo facesse. Faceva battute stupide e cercava la mia approvazione, io lo guardavo storto e volevo che se ne andasse. Anzi, volevo che non fosse mai arrivato. Perché le persone con cui uscivo le vedevo sofisticate e indipendenti. Moderne. E lui era tutt’altro che moderno. Era semplice, naïf, provinciale: di Frosinone, appunto.

Oggi penso che mi piacerebbe averlo qui. Che se per ipotesi venisse a prendermi alla creperia dove mangio con Inglesi, Americani, Australiane e Indiane che parlano delle quarantaquattro vasche olimpioniche che hanno fatto oggi in piscina, della terza stagione di How I met your mother e del test della macchina con pilota automatico in Nevada, be’.

Be’, sarei contento se fosse qui e farei le sue stesse battute sceme. Riderei con lui di questa gente moderna e sofisticata senza paura di sentirmi anacronistico e inadeguato. Rideremmo di loro prima che con loro.
E non mi vergognerei più. E sarei orgoglioso di quel padre che stava avanti. Di quel padre semplice, naïf e provinciale.

Di Frosinone, appunto.

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