Ping pong.

Pic: CLanex.

Avere una pallina da ping pong in gola, legata da un filo al centro dello stomaco. La lunghezza del filo è tale che la pallina, dall’esofago, può arrivare a oltrepassare di poco le tonsille, ma non può mai uscire del tutto.

Fissare lo sguardo sul computer e fare avanti e indietro tra le schede di Chrome: gMail, Facebook, repubblica.it, YouTube, Umore Maligno. Sentire la pallina che sale. Scrivere in chat a un’amica: hai un minuto per una siga?

Scendendo, al terzo scalino, la pallina solletica le tonsille. Incrociare un collega e cercare di mascherare, almeno per un secondo, la tua voce affranta e rotta dal pianto, per mormorare una frase banale e ironica, che ti faccia sembrare il cazzone senza lacrima di sempre. Del tipo.

“Che Lazietta.”

Incontrare un’altra collega, raccontarle le novità. Sentirsi dire.
“Oh, wow, that’s great!”
Sentirsi chiedere.
“Are you happy?”
Ricacciare per un secondo la pallina in gola, e rispondere.
“Yes.”

Appena incontrata l’amica, spingere la pallina oltre le tonsille e crollare. Esprimere i propri dubbi, le proprie paure. Ascoltare le rassicurazioni di un’amica, magari anche condividerle, ma continuare a pensare sempre. La stessa. Cosa.

“Ho paura.”

Riprendersi un minimo, asciugarsi gli occhi, chiedere se si vede che sono lucidi.

Ricacciare la pallina nell’esofago, in attesa che esca fuori un’altra volta.

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