Fantacalcio.

Il presupposto fondamentale per il buon funzionamento di qualsiasi storia d’amore è che la tua squadra vada bene al fantacalcio.

Sul serio, la differenza è netta: il fantacalcio determina l’umore di ogni tuo lunedì, e conseguentemente dell’intero anno. Quest’anno mi sta andando bene, e sono sempre e felice e sorridente. Al mio amico Michele, invece, la stagione 2009/2010 era andata male e per la disperazione ha strangolato una quindicenne di Avetrana con una cordicella mentre era di spalle e ha consumato con lei un atto di necrofilia.
Poi ha accusato lo zio ed è andato tutto a posto.

I patetici disadattati senza Dio che non sanno cosa sia il fantacalcio possono documentarsi qua. Non vado certo a dar perle ai porci, eh.

Il fantacalcio ti fa smadonnare per un gol mancato di Abbruscato, per un rigore parato da Campagnolo, e ti fa scappare di corsa dal funerale del nonno della tua ragazza perché devi mandare la formazione prima dell’inizio della prima partita. Ma la cosa che meglio rappresenta la tensione e la disperazione che si prova nel fare il fantacalcio è l’Asta.
L’asta per eccellenza, quella con la a maiuscola, l’unica vera asta che io riconosca nella vita. L’asta del fantacalcio è l’idea platonica di asta. Ciò che si perde, a descriverla a parole, è l’atmosfera di tensione che si respira durante lo svolgimento. Si taglia con un coltello: io ci ho addirittura pensato, a volte, di portarmi una lama all’asta del fantacalcio. Non si sa mai, in fondo sono occasioni in cui finiscono delle amicizie, chissà quando ricapita.
Soprattutto, con i miei amici l’asta del fantacalcio è implacabile. Durante la lettura dei nomi bisogna rimanere in silenzio assoluto, se non si vuole acquistare il giocatore chiamato: non sia mai, qualcuno potrebbe capire male e pensare che hai fatto un’offerta per il giocatore stesso.

“Il prossimo giocatore è Stuani della Reggina. Qualche offerta?”

(Mi volto verso destra, parlo all’orecchio del mio vicino.)

“Sai, l’altro giorno all’università ho incontrato uno che…”
“Ehi, tu!”
“Cosa?”
“Ho sentito bene, hai detto uno?
“Ma no, non ho detto uno, dicevo che l’altro giorno ho incontrato uno che…”
“A me onestamente sembra che tu abbia detto uno, io ho chiamato Stuani della Reggina.”
“Ma vaffanculo! Io ho…”
“Facciamo così, mettiamola ai voti: chi pensa che abbia detto uno per Stuani della Reggina?”
“Ma come mettiamola ai voti! Ma sei impazzito? Io non ho detto…”
“Sei voti su dieci favorevoli. Michele, a verbale: Tamburino-Stuani-uno.”

E continui a protestare, ma poi ricordi che c’è chi taglia le mani per i sospetti favoritismi. Anche se i miei amici sono più clementi e si limitano all’evirazione.

Ma la domanda è: tutto questo è divertente?
Ma no, no che non è divertente. È frustrante. È un incubo, è la peggior maledizione che ti possa capitare nella vita. Ti fa stramaledire di essere nato, di essere vedente, di aver permesso anche solo indirettamente che Bogdani del Chievo arrivasse in Italia su un gommone.
Ma è l’unica grande prova di virilità rimasta al maschio moderno.
E in quanto tale, non vi si può rinunciare.

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