Dogville (film sopravvalutati #3)

Vi verrebbe mai in mente di mandare un sms col telegrafo? Di andare in giro in carrozza? Di far abortire la vostra donna prendendola a calci in pancia? Se la risposta è sì, o siete uno spocchioso regista, sceneggiatore, attore, direttore della fotografia e montatore danese fondatore del Dogma 95 oppure siete Lars von Trier.
Volete vedere uno spettacolo in cui le scenografie sono appena abbozzate, senza colonna sonora, senza luci speciali né lavori ottici?
Andate a teatro, dico io.
Andate a vedere Dogville, dice Lars von Trier.
Andate a fanculo, dico io a Lars von Trier (gli do del voi, non sia mai).

Andiamo, io mi sono rotto le palle. Dogville è un bel film, per carità, ma semplicemente non dovrebbe essere un film. Dovrebbe essere una fottuta pièce teatrale.
Il cinema è nato per permettere alle persone di godere di esperienze visive che con il teatro non erano riproducibili: a teatro non puoi vedere agenti della CIA che saltano da treni in corsa e atterrano con gli stivali sulle tempie di immigrati messicani sfracellandogli la testa mentre un UFO rade al suolo a colpi di laser una Massa Carrara devastata dalle radiazioni post-guerra nucleare.
Allora, quello che sfugge a Lars von Trier è che riprendere in controcampo una mela, una banana e 250 ml di latte parzialmente scremato, seguiti da un commovente piano sequenza su una ciotola piena di zucchero e un interruttore con due stanghette verticali non equivale a fare un cazzo di frullato.
(Non so bene che volessi dire con la frase precedente, ma credo di averlo detto benissimo.)

Per carità, Lars von Trier è un regista importante: come lui, pochi hanno sperimentato. Non mi riferisco solo ai rigidi dettami del Dogma 95, che lui stesso ha provveduto a infrangere con quasi tutti i film che ha girato dopo averlo fondato, ma anche all’uso rivoluzionario dell’Automavision ne Il Grande Capo o alle avanguardiste prese di posizione nei confronti di Baffetto al Festival di Cannes.
Per come la vedo io, le dieci regole imposte dal Dogma 95 possono essere riassunte in un unico, onnicomprensivo dettame: lo spettatore si deve sfrangere i coglioni dal primo all’ultimo minuto di proiezione. Un po’ come amatevi gli uni gli altri come io ho amato voi sintetizza i dieci comandamenti, per intenderci.

Con Dogville, Lars von Trier ha voluto girare un film dal messaggio fortemente Anti-Americano, talmente Anti-Americano che come attrice protagonista ha scelto Nicole Kidman. Niente da dire, eh, potrebbe pure essere una scelta voluta, ma dato che il budget del film è di 10 milioni di dollari e la scenografia e le musiche sono nulle, mi viene da chiedermi come cazzo li abbia spesi ‘sti 10 milioni di dollari, Lars von Trier. Probabilmente c’è voluto un cachet consistente per convincere una gnocca così totale a polverizzarsi le palle sul set per un paio di mesi.

Voglio dire, prendete la commovente scena finale di Dogville, in cui Nicole Kidman prende coscienza del proprio ruolo e ordina lo sterminio di tutti gli abitanti del villaggio. Prendetela, e poi pensate a quella di Planet Terror, in cui il tenente Muldoon si toglie la maschera antigas e, sotto l’effetto della micidiale tossina DC-2, vede i suoi testicoli sciogliersi, si tramuta in un mostro informe ed esplode seminando brandelli di pustole e interiora sulle pareti e su tutti i presenti.

Ecco, mi sa che ci siamo spiegati.

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THINGS TO DO IN DENVER WHEN YOU’RE DEAD.
Qui sotto potete trovare l’intervista che mi ha fatto la trasmissione radiofonica MeltIN’ POP (in onda ogni martedì alle 21:00 su We Want Radio) il 24 gennaio scorso. Ascoltavatela e seguiteli su Facebook o infilerete sempre la cintura di sicurezza nel verso sbagliato.

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