The Artist (film sopravvalutati #2)

In tutti i festival del cinema a livello planetario ultimamente sta spopolando The Artist, un film muto e in bianco e nero di produzione francese diretto da…

Come?
Sì, sì, avete capito bene. Ho detto muto.

Dicevo, diretto da Michel Hazanavicius e interpretato da Jean…

Uff, che cazzo volete ora?
Ma sì, sì, non avete frainteso: ho detto in bianco e nero.

Il film, ambientato a Hollywood nel 1927, narra le vicissitudini di George Valentin, un grande divo del cinema muto che nel 1929, con l’avvento del sonoro, si rifiuta di recitare nei film parlati e sostanzialmente sfancula la sua carriera di attore.
Ora, vabbè che io generalmente tendo a sottovalutare la caratura artistica dei film in cui non si vedono stravaganti produttori cinematografici serbi propinare film erotici in cui un uomo fa partorire una donna e si scopa immediatamente il neonato davanti a lei che sorride, ma questo non dovrebbe inficiare il mio giudizio su un lungometraggio che non esiterei a definire tautologico, se solo avessi idea di cosa cazzo voglia dire.

Il messaggio del film è che, una volta che il cinema si è evoluto verso il sonoro, i film muti sono diventati assolutamente inutili e per certi versi indesiderabili. Lo stesso protagonista è deriso da tutti perché non vuole abbandonare il cinema muto.
E allora, a questo punto la domanda è: perché? Alla luce di ciò che si è detto, che cazzo di bisogno c’era di girare un film muto di un’ora e quaranta nel duemilaundici? Ve lo dico io, lo stesso bisogno che c’è di mandare sms col telegrafo o accendere falò sbattendo alacremente due pietre.
The Artist è un film che, solo per il fatto di essere muto e in bianco e nero, gode di una considerazione che va ben oltre il reale valore della storia. Non parlo per sentito dire, io l’ho visto e posso assicurarvi che martellarsi le falangi prossimali del piede destro con un martello rovente imbevuto di acido muriatico è un passatempo di gran lunga più godibile e piacevole.

Il problema è che film come questo riscuotono un fastidioso successo in tutti quei patetici esseruncoli da superattico a Largo Arenula, tutti Dom Perignon, pashmina e barra laterale destra di repubblica.it, che vedono nel successo di questo film una sedicente rivalsa nei confronti dei blockbuster da centinaia di milioni di dollari di budget. Gente che, tipo, non immagina neanche che questo lungometraggio sia costato quanto Il cigno nero.

“È uno sputo in faccia all’industria del cinema che, chissà perché, si è arenata nella convinzione che per fare un film servano un sacco di soldi!”

Be’, se ti serve una mano, bellezza, io un’ideuzza ce l’avrei. Si chiama progresso. Lo stesso progresso che oggi ti permette di sapere in tempo reale qual è il benzinaio più economico cui rifilare i cinque euro di resto che ti hanno dato quando hai ordinato un bicchiere di Falanghina ai Tre Scalini, cinque euro che concederanno altri venti minuti scarsi di autonomia alla BMW Mini con l’adesivo di GreenPeace sul lunotto posteriore con cui ti recherai ottuso all’ennesimo seminario sul giornalismo d’inchiesta tenuto da Roberto Saviano presso la facoltà di Sociologia, contribuendo al surriscaldamento globale (e a quello dei miei coglioni).
Lo stesso progresso che mi ha permesso di passare da una società in cui il porno era rappresentato da Veneri adipose su tela ignare del concetto di depilazione a una in cui posso godere gratuitamente delle pompe con il culo di Tori Black durante un interracial threesome nelle aule di fisica dell’Università di Lincoln.

Ah, apparentemente due voci molto più altisonanti della mia (Matteo Bordone in questo post e Francesco Piccolo in quest’articolo) la pensano in qualche modo in maniera simile. Oddio, neanche troppo simile in realtà, ma quantomeno hanno la decenza di non idolatrare il film. Diciamo che loro la pensano e dicono molto meglio.

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