L’autostrada

Daniele Silvestri è un grandissimo cantautore.

Non sento cazzi. Sì, magari non sarà il massimo dell’alternatività. Avrà anche fatto qualche marchetta qua e là. Avrà infilato la politica dove sapeva che avrebbe venduto bene. Ultimamente, soprattutto, si è visto in televisione in programmi dove avrebbe potuto evitare di presentarsi (Checco Zalone su tutti), ma fotte sega. L’ultimo album è un gran bell’album, dopo un periodo buio. E in passato Daniele ha scritto canzoni memorabili. È un gran paroliere, c’è poco da dire.

C’è una canzone di Daniele Silvestri a cui sono particolarmente legato: è L’autostrada. Una canzone quasi del tutto parlata, delicata e dolorosa. Era la canzone di me e Marianna, la mia prima ragazza importante. La vedevamo come nostra. La sentivamo nostra. L’autostrada è un grande esempio di composizione lirica moderna. Un soffice, irrinunciabile affresco, sintetico e rotondo, che tocca punti altissimi. Il più alto, che sintetizzava tutto e che in un certo senso rappresentava anche l’amore tra me e Marianna era quello che Daniele cantava con Simona Cavallari, sua compagna di allora:

Vederla venirmi vicino fu quasi morire
trovare per caso il destino
e non sapere che dire
ma invece fu lei a parlare:
“Mi piace guardare la faccia nascosta del sole
vedere che in fondo si muove
dormire distesa su un letto di viole,” mi disse,
“e a te cosa piace?”
“Mi piace sentire la forza di un’ala che si apre
volare lontano, sentirmi rapace,
capace di dirti ti amo
Aspettiamola insieme, l’estate”

Solo che. Solo che c’è un problema. Perché il pezzo immediatamente precedente a questo, quello che introduce questa poesia, è questo:

A volte succede qualcosa di dolce e fatale
come svegliarsi e trovare la neve
o come quel giorno che lei mi sorrise
ma senza voltarsi e fuggire

Bellissimo, direte voi.
Bellissimo uno stracazzo di paio di coglioni sudati, rispondo io.

Perché io al liceo avevo un compagno. Un compagno che non era esattamente un adone. Era un sudamericano immigrato in Italia, con i capelli sempre oleosi e la faccia devastata dall’acne. Basso, grassottello, con la barba unta, e una certa allergia all’igiene personale.
Qual è il problema?, ce ne sono tanti, direte voi.
Ce ne sono tanti uno stracazzo di paio di coglioni sudati, rispondo io.

Perché questo mio compagno di scuola si chiamava Piergiorgio La Neve.
Così che, dal momento in cui l’ho conosciuto, nel duemilasei, io ogni volta che sentivo:

A volte succede qualcosa di dolce e fatale
come svegliarsi e trovare La Neve

…be’, mi immaginavo svegliarmi intorpidito dal sonno mattutino e trovarmi Piergiorgio La Neve, tutto sudato, oleoso e puzzolente, nel letto accanto a me, vaffanculo. Ed era un pensiero difficilmente allontanabile, nel momento in cui al liceo è uso comune chiamare la gente per cognome.

Non so se fu un caso. Ma io Marianna la lasciai pochi mesi dopo.
Non fu colpa mia, tesoro mio: fu colpa di Piergiorgio La Neve.

Domani dalle 21:00 alle 22:00 interverrò telefonicamente nel corso del programma radiofonico MeltIN Pop sulla radio web We Want R@dio. Potrete ascoltare la diretta da qui, maledetti bastardi.

Post correlati secondo criteri di dubbia valenza scientifica

Commenta

comments

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *