Prima di essere un uomo

Il punto è che mi manca trovarti addormentato alla TV
cercarti fuori dalla chiesa
andare insieme a fare la spesa
le sigarette sul comodino, il cruciverba poco più in là
Mica l’avevo capito, che era quella la felicità

Il momento è quello in cui il pranzo è finito. Quando siamo tutti gonfi e assonnati, dopo aver mangiato: antipasto di montagna, zuppa con la ricotta, tagliatelle ai funghi porcini, carciofi fritti, carne all’arancia, bollito di manzo, puntarelle, gelato, torrone e caffè. In quel momento ci alziamo tutti, ci salutiamo solo con alcuni, poi io, mia madre, mio fratello e le mie nipoti diciamo.

“Andiamo.”

Il momento è quando percorriamo quella strada in salita piena di curve. Mia madre che mi dà indicazioni a ogni bivio e io che le rispondo che sì, ma’, la strada la so. Però lei continua.
Il momento è quello in cui scendiamo tutti, però la compagna di mio fratello resta con il figlio in macchina, per rispetto, e mia madre apprezza.

Il momento è quello in cui saliamo le scale del cimitero e arriviamo davanti alla piccola cappella che lui s’è comprato, per stare con noi quando sarà l’ora. Quando abbiamo tutti il fiatone e siamo davanti al cancello ancora chiuso e mio fratello fa a mia nipote: va’ a prendere le chiavi, stanno qui dietro.
Il momento è quello in cui si è sempre, e comunque, indecisi su chi debba entrare per primo.

Mio fratello dà tanti colpetti alla foto e sussurra ciao, papone. La foto è sempre la stessa. Non è la sua migliore, dico io, ma non importa. Io mi do un bacio sulla mano e ci passo il dito, su quella foto. Mia madre entra facendo il segno della croce, perché le madri fanno sempre il segno della croce.

E poi c’è quel minuto, o quei due minuti, in cui nessuno dice niente e guarda la tomba, e la foto. In quel minuto mi chiedo cosa stiamo pensando. Se mamma prega, se mio fratello ci parla. Io non lo so cosa faccio. Non lo saprei dire. Io non penso a niente. Guardo. Guardo la foto e cerco di ricordarlo in una posa migliore. Guardo il marmo. Guardo i fiori ai piedi della tomba. Non guardo mai mio fratello e mia mamma. Alla fine finisco per concentrarmi su quella scritta: Luigi Delicato, 13-5-1939, 20-1-2005. Mi guardo quella scritta dorata e la studio nei minimi dettagli. E mi accorgo che vado più a fondo su quanto siano rotonde le c e le a. Sembra che debba imparare a memoria quella scritta. Sembra davvero che io stia pensando a qualcosa.

Invece, io guardo la tomba e non penso a nulla.

Ci sarebbero tante cose da ricordare. Quel giorno che ancora non lavoravo, e ho sbroccato e ho detto basta, vado a trovare papà. Quelli erano tempi in cui portavo ancora la bandana colorata, ricordo. Mi ricordo che sono andato alla tomba, che prima stava in un posto diverso, con tanti libri al seguito. Ho cambiato l’acqua ai fiori, poi mi sono seduto, l’ho salutato e ho letto. Gli ho letto qualche passaggio di ognuno dei libri. Uno era pure Il profeta di Gibran, e un po’ me ne vergogno. Mi chiedo se gli abbia fatto piacere. Mi chiedo se davvero, se ora potesse e volesse, se davvero sarebbe in grado di comunicarmelo.

Mi chiedo se mi direbbe: perché non lo rifai? M’aveva fatto tanto piacere.

Poi tornano le chiacchiere di sempre, e sono le chiacchiere che mamma non ce l’ha fatta ed è scoppiata a piangere e dice bello, bello mio. “Era burbero, non te ne faceva passare una. Poteva avere davanti anche il presidente del Consiglio, lui non si faceva problemi, era sempre lo stesso.” Mamma dice che gli dava i calci sotto al tavolo quando diceva una parola di troppo, e lui le diceva “perché mi dai i calci?” e tutti si accorgevano che gli aveva dato un calcio. Lo faceva apposta.

E poi mio fratello dice che gli dispiace che forse ora non può vederlo. Che gli dispiace che suo padre l’abbia visto nel suo momento peggiore.
E poi dice.
“Mi dispiace che sono diventato un uomo solo dopo che è morto.”

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