Gilda, parte III

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Ed è al quinto gradino del terzo viaggio che capii quella domanda assurda.
Perché al terzo viaggio portai lo scatolone più grande, e Gilda che mi seguiva con una bustina di plastica, per il poco che poteva contribuire.
E quello scatolone era così grande che io non vedevo dove mettevo i piedi. E un certo punto inciampai. E lo scatolone cadde a terra. E dallo scatolone cadde qualcosa.
Una foto incorniciata.
“Scusi, eh.”
Una foto di una ragazza.
“Oddio, s’è rotta?”
Una ragazza giovane.
“No, non si preoccupi, non s’è rotta.”
“Che bella ragazza. Chi è?”
“È mia figlia.”

Mia figlia.

Proprio così, disse. Mia figlia. Puro e semplice.
S’era portata appresso la foto della figlia, che j’aveva vennuto la casa, e dice ‘ndo vado, stanotte, a dormi’.
E fu lì che capii. Fu lì che capii tutto.
Capii che l’amore che una madre può dare a un figlio è un concetto primordiale, assoluto e incorruttibile. Qualsiasi cosa succeda, tu sei mio figlio.
T’ho cresciuto io, ricordo, me lo diceva mia madre dopo che papà era morto. Mi accarezzava e piangeva, mi dava baci bagnati, singhiozzava e faceva: t’ho cresciuto io. Tu sei un po’ anche me. Come faccio, io, senza de te.
Anche se non mi vieni a trovare spesso. Anche se mi urli contro. Anche se sei sempre sbrigativo, e dài, ma’, non rompere le palle, devo andare.
Perché tu le sei cresciuto in pancia, t’ha coltivato per nove mesi, e poi tu sei stato dipendente da lei, in tutto, finché non sei stato in grado di camminare sulle tue gambe e te ne sei andato voltandole le spalle.
E lei ti vede come un peluche. Un peluche che ama in modo incondizionato, per quanto sia rotto. Per quanto sia vecchio.

Per quanto sia stronzo.

Ricordo mia madre quando tornai in casa.
Ricordo la Sciarelli, ricordo Antonino Alba, sesso maschio, età ventuno al momento della scomparsa, occhi neri e capelli neri, un piumino nero, felpa nera con cappuccio, jeans e scarpe da ginnastica Adidas blu a strisce grigie.
Ricordo la sua diffidenza iniziale, il dove la mettiamo, le parole in disparte in cucina, e lo sai che questa gente poi non te la scolli più.
Ricordo l’abbraccio che le diedi prima di andare a dormire.
Ricordo la mia coscienza in riparazione. Ricordo me. Il suo peluche rotto, vecchio e stronzo.
Ricordo mia madre.

Sant’Anantolia di Narco. Esse. Monteleone di Spoleto. Emme.
Ricordo quando avevo pensato che lei non capisse niente. E ricordo chiaramente, il momento in cui ho capito che in realtà lei ha sempre capito tutto.
E mi viene da ridere all’isteria e strapparmi lo stomaco al contempo, se penso a mia madre, che culla il suo peluche vecchio, rotto e stronzo.
Malgrado tutto ciò che le ha detto.
Malgrado tutto ciò che le ha fatto.

GIOCOFORZA.
Sul sito The Italian Experience potrete leggere Giocoforza, un racconto sul tema del viaggio che ho scritto per la Lavazza. Ho vinto 250g di caffè con la pubblicazione di questo racconto. È la prima vera remunerazione dalla mia attività di blogger. Come direbbe Voltaire, “mica cazzi!”

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